26 maggio 2016

I don’t need a prince – La storia di Joy

Joy | Zelda was a writerVenerdì notte, in preda a una bolla di insonnia furente, immersa in mille domande su chi sono-dove vado-cosa penso, è arrivato Joy, il film di David O. Russell con Jennifer Lawrence come protagonista.
Joy | Zelda was a writerHo ricevuto il dvd perché dallo scorso 12 maggio il film è sbarcato in tutti gli store digitali – iTunes, Google Play, Chili TV, TIMVision, Wuaki – mentre da qualche giorno può essere acquistato in Blu-ray o DVD.
Joy | Zelda was a writer
Ero libera di vederlo quando avessi desiderato e, mentre vi scrivo, mi fa ancora specie che la mia nottata di domande – incrementata dalla vicinanza del mio compleanno e dai bilanci che si è inevitabilmente portato dietro – abbia trovato proprio in questo film una grande risposta.

La storia è ispirata a Joy Magano, prolifica mente creativa e madre, tra le altre invenzioni, del Miracle Mop, una sorta di scopettone autostrizzante. Nella vita vera, la donna lo produsse nell’officina del padre, iniziando a venderlo porta a porta. Fu poi il passaggio a QVC, noto canale di televendite, a decretarne il successo e a decidere il suo destino fortunato.
Presentato da altri conduttori, il Miracle Mop stentava a decollare ma, una volta raccontato dalla sua creatrice, diventò un successo senza pari.
Joy mise la faccia e la passione, la gente l’ascoltò.
Joy | Zelda was a writer
Il regista di Joy ha dichiarato che il film è stato ispirato solo per il 50% alla storia della ormai famosissima Joy Mangano ma che, per la restante e corposa percentuale, miscela amorevolmente la storia di tantissime altre donne, donne tenaci e volitive che hanno rincorso la loro realizzazione professionale e personale nonostante tutti gli ostacoli del caso.

Non vi starò a dire quanto sia stato utile guardare un film del genere durante il mio momento di domande infinite. E non voglio neanche fare tanti paralleli con la storia, essendo ambientata in America, un contesto lontano mille miglia dal nostro, in cui questo genere di realizzazione è senza dubbio più auspicabile.

Ma permettetemi di lasciarvi con alcune riflessioni.
Da tempo, lo sapete, mi sono imbarcata in un nuovo sogno, quello della mia cartoleria.
Uno shop online è un impegno costante, le spese sono aumentate, il lavoro di progettazione è diverso, così come lo sono la comunicazione e la fitta rete di rapporti che mi lega a clienti e fornitori. Quindi, lo dico qui e lo sottolineo anche, il prossimo che mi dirà: uh, ma che cosa carina, ti sei aperta un negozietto sul web, verrà preso a simpatiche testate.
Joy | Zelda was a writer

Nella mia vita ho sempre sperato di esprimere questo sacro fuoco che mi porto dentro. Per molto tempo, però, ho pensato che un’energia tanto confusa e variegata fosse un male, disperdesse le sue potenzialità. Poi sono arrivati i tempi incerti e le loro domande sospese e vi devo dire che, nella fatica, sono stati dei grandi alleati perché non ho avuto più bisogno di incasellarmi in una professione ma sono riuscita a muovermi in modo trasversale.

La cartoleria è la mia gioia fattiva. Tempo fa, mi hanno chiesto se non lo trovassi un progetto svilente, visto il mio curriculum, ma io – oltre a non capire come un lavoro scelto, fatto con cura e amato possa essere svilente – trovo che sia una grandissima occasione per tutto lo zainetto di sollecitazioni che mi porto sulle spalle.

Il nostro Paese non ci aiuta affatto. Inutile dire il contrario. 
Gli stessi fornitori – su cui prima o poi scriverò un post – lamentano la serialità della grande produzione ma non investono sulle dinamiche dei piccoli produttori: non li ascoltano, non ci credono, non sentono che nascerà lì la vera rivoluzione.
Joy | Zelda was a writerFatte queste premesse, Joy mi ha ricordato di quanto la tenacia e la lungimiranza siano in grado di generare miracoli. Il punto di partenza di questa donna è pari a zero, un po’ come il mio: nessun santo in paradiso.
Per me, come per tanti, non c’è nessuna somma d’investimento iniziale ma un paziente reinvestimento dei guadagni, nella speranza di non sbagliare una previsione e di ritrovarsi quindi senza fondi da reinvestire.

Joy lotta. Contro tutto: mulini a vento e massimi sistemi ma anche fine mese e la furbizia della gente. Lotta e non cede. Nella sua impreparazione a tutto è sicura, volitiva, indistruttibile.
Ci mette la faccia, un po’ come me e tutti quelli che si espongono. Sbaglieremo, certo, ma per ogni fatto – fosse anche il sacchetto in poliuretano con cui imballiamo i nostri prodotti – ci siamo fatti almeno mille domande.

Il fatto sorprendente di questa nuova vita da piccola commerciante è che ogni azione ha il tempo giusto per essere ragionata e compresa: ogni azione può fare la differenza. Sogno un momento in cui le cose andranno talmente bene che potrò creare una squadra di persone che oggi guardo silenziosamente da lontano e che mi sembrano perfette e piene di cose da dire, di talenti da dimostrare.
Lo stesso meccanismo è alla base della grande ascesa di questo personaggio, che – all’apice di tutto – continua a ricordarsi della fatica, dei patimenti, delle limitazioni esperite, che si adopera per valorizzare il lavoro altrui, le passioni, le speranze.
Joy | Zelda was a writer
Molto spesso ci dimentichiamo di quanto la nostra felicità, il nostro bisogno di realizzazione, se alimentato e accresciuto, possa diventare un fatto di tanti altri, disinnescando meccanismi paludati, cambiando vite, decidendo destini. 

In questa nuova fase della mia vita, fase anagrafica, inizio a ritenere la mia felicità un fatto civile perché, in un giorno come tanti, mi è parso chiaro che non sarebbe mai stata una questione privata. Voglio farcela per dare una chance a chi non può che essere prudente, per ringraziare i miei genitori, per ipotizzare un mondo senza buste di poliuretano, per rifare qualcosa – qualcosa di piccolo – per rifarlo al meglio. Voglio farcela perché vorrei che fosse chiaro che nella vita non serve un principe, una bustarella, un corsia preferenziale. Perché se aspetto il mio turno non perdo tempo, se dico grazie non appaio debole, perché se ragiono sull’impossibile non sono pazzo.
Joy | Zelda was a writer
Joy mi ha regalato un’ondata di positività per queste ore. Se serve anche a voi, guardatelo.
E poi. Poi, se incontrate un fornitore, ditegli di abbassare la soglia minima di pezzi da produrre, ditegli di pensare sempre meno ai grandi colossi e sempre più ai piccoli e tenaci produttori di speranza. Se qualcuno vi propone un progetto che vi sembra impossibile ma che accende le vostre speranze, dedicategli tutto il tempo libero che avete: non lasciate il vostro lavoro principale, siate prudenti, ma adoperatevi per fare del vostro meglio per esserci sempre, per lottare e crederci. 

Non si dice abbastanza che il risultato più grande di una vita non è essere riusciti a realizzare un sogno ma aver dimostrato a se stessi di essere in grado di affrontare la vita e i propri desideri con presenza e determinazione.

Io ci credo con tutta me stessa e voi?
Camilla
Zelda was a writer

(ph. credits: ad esclusione della prima, le foto di questo post sono scene tratte dal film e non sono di mia proprietà. Per qualsiasi problema di copyright, sono disposta a rimuoverle)

23 maggio 2016

L’Amore è un doppio filo

Buongiorno a tutti!
Eccomi di nuovo da queste parti per un post che mi sta molto a cuore e a cui ho pensato lungamente.

Una breve premessa è doverosa, cercherò di essere sintetica.
Nelle ultime settimane, ho avuto modo di realizzare 5 collage ispirati ad Artists in Love, una serie di documentari dedicati a coppie celebri del mondo dell’Arte che Sky Arte ha proposto al suo pubblico una volta alla settimana.

L’insieme di storie d’amore era variegato e allettante e io ho deciso di selezionare 5 coppie che potessero ispirarmi un progetto di carta. – Sì, ancora lei, la mia amata carta!
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writerÈ nato così L’AMORE È UN DOPPIO FILO, un complesso lavoro di collage e citazioni che ha unito (proprio con un filo doppio) vite mirabolanti e destini leggendari. Il filo esiste veramente, così come i punti che uniscono le casualità e l’ago che le ha pazientemente intrecciate.

Le coppie selezionate? Johnny Cash e June Carter, Pablo Picasso e Dora Maar, Frida Kahlo e Diego Rivera, Federico Fellini e Giulietta Masina e, infine, Rudolf Nureyev e Erik Bruhn.
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
La mia idea era questa: raccontare l’arbitrarietà del caso, unire tutte le tessere di un mosaico davvero fantasioso e complesso – lo stesso che viene definito “Vita” – con disinvoltura e amore per la composizione.

Ne sono nate 5 opere a cui sono molto legata (le chiamo *opere* per comodità ma giuro che non sto pensando a me come a una collega di Picasso e a Caravaggio!) e che hanno contribuito ad ampliare notevolmente le mie considerazioni sulla creatività 2.0. 
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writerSe sono qui oggi è per parlarvi proprio dei due canali espressivi che caratterizzano la diffusione della creatività, i suoi messaggi e i contenuti: quello virtuale e quello fisico.
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
Il mio lavoro partiva da un fatto materico che doveva venire mostrato in uno spazio aereo come quello del web. Foto, opere e pezzi di carta provenienti dai contesti più disparati sono stati strappati, incollati e assemblati in modo da creare un nuovo significato, una nuova opera, una nuovo contesto.

La condivisione è stata veicolata attraverso i miei canali social, instagram in primis. Ma poi il progetto si è rivelato più ambizioso del previsto e ho sentito il bisogno di cercare 5 cornici che custodissero i miei 5 tentativi.
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
Che cosa bizzarra: un fatto fisico raccontato virtualmente – come tante altre volte mi era capitato di fare – ha avuto bisogno di dire di più.
Badate bene: non avevo bisogno di completare il messaggio o di comunicarlo meglio, volevo dire dell’altro, volevo farlo diversamente. Da qui è nata l’idea di modificare alcuni collage, di includerli in cornici e di trovare un posto per esporli.

Il posto non l’ho ancora trovato e una cornice è rotta, temo a causa del trasporto.
Mai cose facili, da queste parti…
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
Ecco, dunque, la considerazione: mostrare sui social un messaggio e metterlo in cornice sono due fatti assolutamente diversi.
Niente di nuovo, direte voi, ma vi confesso che anche io, che in teoria dovrei essere abbastanza allenata alla differenza, spesso tendo a fare confusione. Il passaggio dalla virtualità alla messa in cornice ne è una prova lampante: ero letteralmente stupita! 

In pratica, ero di fronte a due modi di comunicare differenti. Due universi di sicura parentela ma dagli idiomi e dalle regole compositive profondamente diversi.

Stessa opera, diverso messaggio. Stessa opera, diversa volontà di coinvolgimento. Stessa opera, necessità compositive agli antipodi. Stessa opera, infine, e ricezioni diverse da contemplare.
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
Mostrare/condividere/diffondere/raccontare sul web vuol dire farsi aiutare da fattori che in un certo senso puoi controllare. La luce, la macchina fotografica o il cellulare, i tempi più consoni, il numero di battute, un contesto sospeso che, come i limiti dalla cornice, presenta dei confini e delle determinate regole.
Una volta che li conosci, hai tutto quello che ti serve per comunicare. Io so come voglio che venga una foto, so cosa devo comunicare, so che se l’opera non mi aiuta del tutto, ci penserò io. Una traiettoria, un contesto preciso, luce/ombra, sovrascrittura… Insomma, la mia produzione è una base utile per aggiungere altro, tutto in funzione del mio messaggio.

La mia opera non è la base di carta da cui sono partita ma l’insieme compositivo che ne è nato: in questo senso, non avrò mai un risultato materico tra le mani.
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
In un contesto fisico (espositivo o lo spazio di un evento, di un incontro), invece, capita che tutta quell’aggiunta di altro sia appannaggio esclusivo di chi guarda, di flussi improvvisi e non contemplati, di ottime o disastrose congiunture astrali e/o meteorologiche. Per dirla con poche parole: tutto dipende da una meravigliosa scommessa del qui e dell’ora.
Un pubblico esiste anche nell’ambito virtuale, è vero, ma in quel contesto c’è una maggiore possibilità di accompagnarlo per mano. 

L’esperienza offline è un fatto tridimensionale. C’è uno sfondo che non controlli, sei mobile, sei esposto su tanti lati. 
L'amore è un doppio filo | Zelda was a writer
In questo post ho tentato di esaltare il fatto – magico e insostituibile per quanto mi riguarda – che contempla la diffusione/fruizione di un contenuto (opera, evento, …) in un posto fisico. Un po’ come capita al nostro Bookeaterclub, per esempio.
E, al contempo, ricordare quale meravigliosa occasione sia fornita ai nostri messaggi iconografici dalle dinamiche del virtuale, con i suoi canali veloci e la sua trama infinita di occhi e orecchie.

Il punto, secondo il mio parere, sta nel ricordarsi sempre e comunque quanto questi due ambiti così fertili rispondano a regole proprie. Quanto siano diversi i loro spazi e le necessità compositive che ne conseguono. Se guardate bene i miei collage, vi renderete conto di quanto siano un’altra cosa, una volta messi in cornice.

In questo momento della mia vita sento maggiore bisogno di affrontare i rischi tridimensionali della comunicazione offline. Ma è fatto certo che nessuno dei due ambiti sia migliore dell’altro.

Entrambi – ognuno a suo modo – lavorano per realizzare il tracimante bisogno di essere ascoltati e di continuare a raccontare. Ed è forse per questo che li amo follemente.

Un sorriso e buona settimana,
Camilla
Zelda was a writer

ps: che ne dite, la organizzo una mostra su questi cinque quadri o piango lacrime amare sulla cornice rotta?

6 maggio 2016

Mi chiamo Lucy Barton

Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writerOggi sono di corsa ma c’è un libro che mi guarda da qualche giorno dal comodino e mi chiede di essere raccontato. Posso esimermi dal farlo? [Sì, siamo in presenza di una domanda retorica].
Il libro in questione è Mi chiamo Lucy Barton, l’ultima prova di Elizabeth Strout (Einaudi). Ho passato un discreto quarto d’ora a dirmi che scriverci un post proprio adesso non sarebbe stata una buona idea, visto il drammatico ritardo che mi porto dietro. Il mio discorso non faceva una piega: mi sono data ragione e sono qui a scriverne. Mi pare ovvio.

Mi chiamo Lucy Barton l’ho mangiato in una manciata di ore: una notte non riuscivo a staccarmene e così l’ho finito. Finito in una valle di lacrime. Lo tengo a due passi dalla mia vita, perché mi sembra che il suo incantesimo sia destinato a durare ancora per un po’.
Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writer
Come il libro del nostro prossimo bookeaterclub, Benedizione di Kent Haruf (NNEditore), siamo in presenza di un libro dedito all’essenza, con grandi spazi bianchi, spazi di un silenzio talmente significante da attirare il lettore in una sorta di strano magnetismo, capace di coinvolgere ben oltre l’ultima pagina del libro. Parla di te, anche se non è la tua vita. Omette parole che senti pronunciare come sentenze.

Le due protagoniste della storia sono due donne, una figlia e sua madre. Sono in una stanza di ospedale con una grande finestra che regala un’estesa porzione di New York. Pare sia proprio questa città lo spartiacque della loro relazione travagliata e così, nei momenti più difficili del parlare, quando i non detti di una vita incombono su quello che andrebbe rivelato, si perdono nella sua contemplazione, accettando che il Chrysler building di fronte a loro le scruti senza posa.

Cinque giorni di una vita “che lascia senza fiato” bastano a questi due personaggi così (im)perfettamente umani per fare il punto su un rapporto complesso, su un passato difficile, fatto di scelte che hanno inesorabilmente cambiato il destino di tutti.
Attorno a loro, un flusso senza tempo di aneddoti di vite altrui, che sembrano schermarle dalla risposta a un appello gravoso: quello della loro condotta, del loro essere incapaci di dirsi la verità, di chiedersi scusa, di accettarsi finalmente per quello che sono.
Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writer
Elizabeth Strout ha scritto un piccolo scrigno di sfumature e dolori. Si legge nell’assenza, tra la fine di un capitolo chiuso repentinamente e un altro che ci porta in una nuova dimensione del ricordo. 

Un meccanismo perfetto, dunque, ma non freddo. Un meccanismo in cui le parole hanno un valore così importante da venire centellinate, da venire sillabate a voce alta, da venire scritte e contemplate. In cui la dolcezza della vita che passa e che smussa gli angoli dà finalmente il benvenuto all’accettazione, al presente, al bisogno di contatto. Nonostante gli sbagli, le offese, le mancanze imperdonabili.

Un libro tanto vero da essere una meravigliosa propaggine della vita.
La vita di ognuno di noi.
Camilla
Zelda was a writer

4 maggio 2016

BookeaterClub: Maggio 2016

Bookeaterclub 2015 banner | Zelda was a writerIstruzioni per leggere questo post:
1. siate pazienti,
2. guardate prima il video,
3. chiudete gli occhi, riapriteli e leggete le parole.
Bookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writer
Dovrebbe essere tutto sotto controllo ma, in caso di forti giramenti di testa, lasciate il post e tornateci successivamente. 
Bookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writer

Però, prima che ve ne andiate, una cosa fatemela dire:
il BookeaterClub sarà al Salone del Libro di Torino con Rizzoli Galleria (nella persona del mitico libraio Nikita Guardini)!!!

Venerdì 13 maggio alle 11, nell’area Book to The Future, parleremo della speciale sinergia digital-analogica nata tra il book club più bello del mondo e la libreria più solerte e social della galassia, includendo alcuni tra i protagonisti di questo meraviglioso gioco di lettura e condivisione.

Chi? Beh, alcuni di voi che hanno preso permessi al lavoro e prenotato treni (VI ADORO), poi Paola Rauzi di Zanza un libro, Marco Cassini di Edizioni Sur e Alberto Ibba di NN editore.
Il moderatore è in fase di definizione.
Se volete vedere chi parteciperà e magari unirvi al gruppo per una simpatica gita letteraria, ho creato un evento su facebook, lo trovate qui.

Ok, ora vi lascio con il video dei miei passi verso Rizzoli Galleria. Giusto per regalare un po’ di magia a chi non sa ancora se participare o meno e a chi, invece, è lontano da noi.
Lo scorso 21 aprile, alle 19, ci siamo dedicati all’analisi di Nessuno Scompare Davvero di Catherine Lacey (edizioni Sur).
La gioia del mettere sul tavolo le idee e i sentimenti che proviamo per la pagina scritta continua a restare intatta e, se possibile, cresce, coinvolgendo destini, serate che continuano davanti a una pizza e nuove sollecitazioni creative, nuovi confronti.
Bookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writer
In apertura del nostro incontro, ci siamo affidati a due brevi filmati, tratti da due capolavori della cinematografia francese e italiana. Trovo che attingere ad altri contesti, riempiendoci gli occhi e il cuore di stimoli sia un fatto magico e fertile, un continuo allenamento per chi voglia approfondire e chiedersi.

Abbiamo iniziato con Ascensore per il Patibolo di Louis Malle, per raccontare la camminata finale di Elly, la nostra protagonista. Con le dovute differenze di mezzo, storia e contesto, ci è parso che potesse raccontarci qualcosa in più sul punto di vista di un personaggio e sull’irresistibile sinfonia notturna di una grande città.

Un altro film a cui ci siamo appoggiati per estendere i nostri pensieri è stato Europa 51 di Roberto Rossellini. Una storia, quella di Irene Girard – interpretata da un’intensa Ingrid Bergman – molto diversa da quella di Elly ma anch’essa caratterizzata da un grave lutto che incombe sul destino della protagonista.

Un film di occhi negli occhi della pazzia e della morale alto borghese. L’ho trovato calzante non tanto per le similitudini – pressoché inesistenti – tra Irene ed Elly (il personaggio della Bergman è a tutti gli effetti una figura cristologica) ma perché ci spinge energicamente nell’intimità di un personaggio.
Nel libro, già dalla prima riga, ci troviamo nella mente di Elly, spinti a seguirne i flussi di coscienza senza avere tempo e modo di giudicare o di prendere le distanze; nel film gli sguardi invadenti dei personaggi, specie delle vittime, guardano in macchina – cosa assai strana per il cinema di quegli anni – e sembrano interrogare la responsabilità di chi guarda.
Tutto il resto non è raccontabile, va vissuto.
Le mani alzate, la  penna sul taccuino degli appunti, la concentrazione, le risate. Tutto questo è il nostro book club ed è meraviglioso che ci sia chi – mi sto riferendo alla preziosa Rossana Gambardella – si occupa di fotografare ricordi preziosi, che altrimenti andrebbero persi.
Eccone qui una selezione:
Bookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writerBookeaterclub - maggio 2016 | Zelda was a writer
PROSSIMO APPUNTAMENTO, dunque? Giovedì 19 maggio, alle 19. Sempre in Rizzoli Galleria e sempre con Heineken (facebookinstagramtwitter) che, con le sue Heineken®Minici supporta e ci segue da lontano.

Parleremo di un libro semplicemente perfetto: si chiama Benedizione ed è stato scritto da Kent Haruf (NNeditore). Non vedo l’ora di potermi confrontare con voi!
Un sorriso e grazie a tutti!
Camilla
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20 aprile 2016

AUTORI-TRATTI di Patricia Geis

Autro-Ritratti | Zelda was a writerNella fitta trama della creatività, sono infiniti gli esempi di artisti interessati a indagare il proprio aspetto.
Credo che questo dato di fatto sia meravigliosamente umano perché, più che rappresentare un tributo alla propria effigie, descrive la parte più profonda e intima dell’Uomo, un tenace percorso nella ricerca di senso e identità.
Autro-Ritratti | Zelda was a writer
Sogno un giorno di poter analizzare la mania per l’autoritratto fotografico e instagramatico che ci ha letteralmente invaso in rapporto a questo bisogno, così atavico e sconfinato, che ha spinto e spingerà sempre i grandi artisti della Storia a cercarsi nei riflessi, a ridefinirsi con il loro tratto, con la loro materia, come fossero creatori di se stessi, in un circolo virtuoso e paradossale, un circolo alla Escher.
Autro-Ritratti | Zelda was a writer
Intanto, però, esulto perché, da poche ore, è uscito AUTORI-TRATTI di Patricia Geis per Franco Cosimo Panini Editore, un libro stupendo e intelligente che spinge i bambini a guardarsi in un modo rivoluzionario, cercando di evocare in loro la gioia di un tratto, di una composizione, di un’amalgama di colore.
Autro-Ritratti | Zelda was a writerAutro-Ritratti | Zelda was a writer
L’idea di creare un libro con le fattezze di albo da disegno, che indichi percorsi e liberi il raggio d’azione creativa, mi sembra quanto di più bello ci si potesse aspettare da questa raccolta di autoritratti celebri che contempla, tra gli altri, nomi importanti come Van Eyck, Malevič, De Lempicka, Mondrian, Kahlo, Magritte, Basquiat e Muniz.
Autro-Ritratti | Zelda was a writerAutro-Ritratti | Zelda was a writer
Sono colpita e affondata dal livello creativo raggiunto dalla letteratura per ragazzi del periodo e vi dico di più: AUTORI-TRATTI non è solo un libro per bambini dai 7 ai 10 anni, come indicato nella descrizione, ma anche per i bambini più piccoli – che abbiano evidenti propensioni per il colore e il tratto –  e poi per bambini drammaticamente più grandi (come la qui scrivente) che non abbiano mai dimenticato il rincuorante profumo dell’astuccio del primo giorno di scuola.
Autro-Ritratti | Zelda was a writer
La gioia della contemplazione e della ricerca di sé, in un libro colorato e fantasioso.
Da regalare e custordire gelosamente.
Camilla
Zelda was a writer
Autro-Ritratti | Zelda was a writer