1 marzo 2017

La Llorona – Lhasa de Sela

Camilla - Zelda was a writer

La Llorona - Lhasa de Sela | Zelda was a writerQualche giorno fa, per puro caso, ho scoperto che lo scorso 4 febbraio La Llorona ha compiuto 20 anni. 

La Llorona (secondo il folclore latino-americano, la Llorona è uno spirito disperato che ha appena perso/ucciso il proprio figlio e lo cerca senza posa) è un disco fatato, vissuto, scritto e cantato da Lhasa De Sela.

Tutto in spagnolo, ambientato in un mondo parallelo, scritto guardando al Sud nel freddo clima del Canada, La Llorona è una fusione perfetta e fantasiosa di milioni di influenze culturali, scosse telluriche e tutti i suoni del mondo. 

Il primo disco di Lhasa, amatissimo e venduto come poche volte capita nella storia dei primi album, specie se indipendenti. Costruito ricordando il suo mondo bambino, condiviso con le sorelle e i genitori hippie (padre messicano e madre americana di origine ebraica) in un van che ha attraversato confini e storie, rendendo la gioia di chi guarda senza limiti, di chi sa assorbire e riportare in un modo unico e senza filtri. E senza muri, verrebbe da aggiungere.
La Llorona - Lhasa de Sela | Zelda was a writerIl primo disco di una carriera musicale che avrebbe prodotto tantissime altre meraviglie se il Destino non avesse deciso di impedirlo.

Lhasa de Sela è morta per un tumore al seno nel 2007. Ha vissuto con questo male per 21 mesi, tempo che ha impiegato dedicandosi completamente alla sua musica con l’urgenza delle ultime occasioni, con la passione divorante di certi amori che servono più dell’ossigeno.

Se non la conoscete già, mi farebbe piacere essere il vostro personale cupido perché sono certa che ne nascerà un amore immediato e profondo. Inoltre, in tal modo, restituirò un grande favore, visto che anche a me è capitato di fare la sua conoscenza per caso, grazie all’intervento di Roberta, una cara amica che ne era pazzamente innamorata.
lhasa_credit_ryan_morey-1400x937Non so parlare di musica. Ho la presunzione di pensare che le mie parole possano raccontare tutto ma con la musica è diverso: è un stato d’animo tanto parcellizzato, intimo e casuale da impedirmi di trovare frasi che riescano a rendere la gioia che è in grado di provocare nella mia persona, la sua presenza puntuale nei miei giorni, il suo decidere per me, allontanandomi dai generi e dai nomi, dalle contingenze e dalle mode.

Anche Lhasa ha fatto questo: mi ha allontanata da tutto. Con la sua voce fatta di cuore e di terra, è riuscita a tenermi compagnia per un lungo periodo della mia vita.

Quando torno ad ascoltarla, ritrovo tutto di quei giorni: le aspettative, le avventure ipertrofiche (e parecchio sconclusionate), la mancanza di un piano che fosse strutturato, la speranza e il rossetto color ciclamino. Lhasa non era un sottofondo ma un ritmo preciso e vitale che mi ha regalato moltissimo. 

Il suo primo disco, per certi versi ingenuo e irruente, mi ha messo di fronte alla necessità epidermica di certi esseri di regalare tutto di sé, senza sconti o paure, senza previsioni o ambizioni.

La sua breve vita ha lasciato tantissimo e continua a parlare una lingua senza passaporto, immersa nella bellezza della diversità, delle cose che nascono in un punto per attraversarne infiniti, che non devono per forza parlare i tuoi idiomi perché tu le capisca intimamente, perché diventino subito tue.

Lhasa de Sela ha continuato il suo cammino musicale, attraverso altri due dischi molto diversi (The Living Road e Lhasa), pieni di tutte le radici che hanno formato il suo fusto: la vastità silenziosa e persa degli Stati Uniti, le oscure leggende del Messico, i colori saturi e puliti del Canada. Dischi pieni di un bisogno inesauribile di dire, di liberare nell’aria melodie, di soffrire e gioire, di lasciare qualcosa di sé. Di accettare i paradossi della vita e di renderli più gestibili attraverso una melodia.

Dovrebbe essere questo il nostro più grande imperativo: costruire per tutto il tempo che ci sarà dato in regalo. Con la tenacia di un vento di frontiera che, pur sapendo di essere destinato a esaurirsi lungo la corsa, espira con tutta la vita di cui è capace.

Che sia una buona giornata per tutti voi!
Camilla
Zelda was a writer

 

22 febbraio 2017

La tragedia di un apostrofo

Camilla - Zelda was a writer

La scorsa settimana, in occasione di San Valentino, Real Time, un canale digitale “dedicato all’intrattenimento femminile”, ha deciso di diffondere un messaggio sulla stampa e i social, scatenando lo sgomento dei più e la gioia perversa degli stanatori seriali di refusi, sempre in agguato quando qualcuno si perde per strada un’acca o un congiuntivo.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

(fonte: youmark.it)

L’augurio recitava: “Vi auguriamo unamore che è tutto un programma”.
Il pubblico ludibrio si è fatto montante almeno fino a quando è stato chiaro a tutti che si trattava di un’agile trovata di marketing.

A detta di chi se ne è fatto portatore, l’apostrofo tra un e amore non era un errore casuale ma l’anticamera di un messaggio che voleva porre l’accento – o, per meglio dire, l’apostrofo – sull’universalità dell’amore, sulla sua capacità di trovarsi a suo agio in qualunque contesto di genere.

Da questa idea condivisibile è nata una petizione su Change.org indirizzata nientemeno che all’Accademia della Crusca: al momento conta 6.684 sostenitori e chiede di rendere il sostantivo “amore” sia maschile che femminile.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

Dal sito di RealTime

Lascerò da parte l’incongruenza tra un discorso tanto alto sull’amore e la necessità del canale di specificare nella sua presentazione che si occupa di “intrattenimento femminile” perché voglio concentrami sulla nostra grande fortuna di essere attori decisivi di buona parte di quello che riguarda il web, la pubblicità e le scelte editoriali di molte testate.

Ero certa che di fronte a un apostrofo di troppo sarebbe caduto il mondo ma la verità è che un apostrofo di troppo non ha mai ucciso nessuno.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

(fonte: archivitaliani.it)

Il buon eloquio e la gioia che dovrebbe nascere dall’approfondimento della lingua italiana non ci metteranno al riparo dal rischio di sbagliare, di dire o scrivere castronerie, e – soprattutto – non dovrebbero indurre le persone a preferire così ciecamente la forma al contenuto.

Si parla e si scrive bene per motivi molto più importanti. Per farsi capire e per comprendere, per accorciare le distanze, per eleganza e buona educazione. Perché la lingua italiana – più di ogni altra lingua – ci regala infinite e poetiche sfumature per rendere pieno un sentimento, per riuscire a dare voce a uno stato d’animo perso nei meandri del nostro cuore, per mappare la nostra idea sul mondo.

Le regole sono fondamentali ma poi subentra un sentimento della lingua che è puro ritmo, nel quale ci si trova a palleggiare parole e modi di dire con leggiadria e orecchio, con cuore e fantasia.
Sbagliare non significa essere incapaci. Sbagliare capita a tutti. 

Perché vi scrivo simili ovvietà? Per due motivi fondamentali.
Il primo è perché, evidentemente, non sono ovvie per tutti.

La correzione plateale di errori è una pratica comune che, a quanto pare, riempie di significato la vita di taluni. La verità è che non serve praticamente a nulla. Si tratta di un solipsismo masturbatorio che dura il tempo in cui si consuma, indisponendo e distruggendo intenti e spontaneità.

Tutto questo mi sembra la sintesi perfetta di molta parte (non tutta, per fortuna) della vita sui social: distruggere in nome di una supposta autorevolezza, di un bisogno di ostentare il proprio lato censore e indiscutibilmente migliore. Senza la minima preoccupazione di mettere in difficoltà qualcuno. Convincendosi che la propria autorevolezza risieda in un “qual è” scritto giusto.
La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writerEccomi giunta al secondo motivo fondamentale.
È possibile ritenere che, mentre si trovavano al loro tavolo di lavoro, coloro che si sono occupati degli auguri di San Valentino e della petizione abbiano ragionato su cosa ci avrebbe acceso tanto da creare “buzz”, da accrescere il messaggio in modo esponenziale. E così è apparso un apostrofo dove non andava messo. 

Non trovo sia successo nulla di sconvolgente. Il progetto ha una sua forza: c’è un messaggio importantissimo e un piccolo dettaglio capace di accendere il nostro campanello d’allarme in un mare ipertrofico di distrazioni. Trovata perfetta. 

Il progetto di Real Time è un pretesto che mi serve per sottolineare un fatto importante: siamo noi i primi responsabili dei messaggi che ci propinano.

Ci lamentiamo spesso delle stesse cose che alimentiamo. Sarebbe utile fare pace con se stessi e decidere che, se in fondo ci piacciono i programmi trash del pomeriggio o la fashion blogger del momento tanto da saperne tutto e da non perdersi nemmeno un articolo, sarà inutile andare a commentare proprio a casa loro tutto il nostro disprezzo con frasi scritte male (altro che apostrofo!) e al limite della querela.

Gli improperi verbali, la sciatteria dei commenti ad articoli di cui abbiamo letto solo il titolo non miglioreranno la qualità del nostro vissuto e faranno proliferare tutto quello di cui in fondo, anche se in negativo, siamo dei profondi sostenitori.

Chiudo con una notizia sensazionale: tutte le volte in cui qualcuno dichiara sulla sua bacheca personale un “per me è no” sulla lunghissima lista di fatti contro cui scagliarsi – dalle palme in Piazza Duomo a Milano, passando ai compensi delle star della televisione, fino ad arrivare ai fatti della politica interna ed estera – nulla cambia. No, ma davvero: non cambia nulla!
I veri no si dicono con la propria condotta. I veri no si dicono in silenzio, mentre si agisce.

Buona serata,
Camilla
Zelda was a writer

10 febbraio 2017

Il tempo degli altri

Camilla - Zelda was a writer

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In questo ultimo periodo sto ragionando sul tempo, sul mio ritmo, quello passato e quello futuro. Ragiono seriamente sulle mie potenzialità e sulle cose che non ho fatto, che potrei fare ancora.  

Alcune volte mi sembra di avere tutto il tempo del mondo; altre mi sento spacciata, chiusa in uno schema, destinata mio malgrado a non poterne uscire.

Le lancette corrono veloci e io mi scopro inerme.
Avrei potuto fare di più? Indugiare di meno, sposarmi, scrivere tre libri invece di affogare in un bicchiere d’acqua, capire le cose con maggiore anticipo – ammesso che fosse possibile?
Penso sia alquanto inutile rispondere a questo tipo di domande e, nonostante tutto, continuo a pormele. La cosa risulta alquanto paradossale: sono un essere dotato di un pensiero indipendente e solido eppure i ritmi e le aspettative degli altri continuano a ingabbiarmi.

Chi decide chi siamo? Chi scandisce i nostri tempi? Quando è il caso di pensare che certe velleità abbiano una scadenza, che siano accettabili solo entro una fascia di tempo, in genere uguale per tutti? Le velleità hanno davvero delle scadenze?

Immagino che in tutto questo c’entri il passaggio cruciale della mia età anagrafica; credo che c’entrino anche il tempo interiore – accelerato o lentissimo, il ritmo che scandisce la mia anima – e quello della società – i suoi giri di basso, le vibrazioni silenziose ma presenti, attraverso le quali intende farmi procedere.

Tempo fa, la mia amica Clelia mi ha suggerito la lettura di un articolo de L’Internazionaleera dedicato all’orologio biologico (qui in lingua originale), sosteneva che mi sarebbe piaciuto moltissimo. Aveva ragione: non ho mai smesso di pensarci.

La sua autrice, Moira Wegel, del Guardian, parla di una trappola sociale che ha preso forma intorno agli anni ’70 per riportare le donne, sempre più votate a definire la loro indipendenza, ai rassicuranti modelli di famiglia tradizionale.
Nato per definire i ritmi cardiaci in relazione ai processi che regolano il nostro corpo (dormire, svegliarsi, mangiare), l’orologio biologico si è presto tramutato in un vaso di pandora capace di liberare allarmismi, statistiche fuorvianti, sensi di colpa e sessismo, una devastante deriva di sessismo.

Ha coinvolto la società (non solo le donne, a mio parere) in una grandissima ansia da deflagrazione incombente, rovinando del tutto la gioia di un tempo interiore, in cui essere i compositori della propria melodia vitale, in cui essere in ritardo o in anticipo sui tempi. Magari decisi a non procreare, a reinventarsi oltre le soglie anagrafiche d’allarme, magari interessati a definire il proprio valore di essere umani su altre scale, grazie ad altri parametri. Non migliori o peggiori, solo diversi.

Oggi l’orologio biologico è ancora in grado di mietere vittime. Sembra che il mondo sia perfettamente a suo agio con tantissime rivoluzioni di costume ma che vada in iperventilazione per ogni variazione sul tema della diversità.
Cosa ci devasta del ritmo di chi non è allineato con noi? Forse rimette in discussione il nostro? Meglio procedere tutti alla stessa rincuorante velocità – stessi parametri e stesse soluzioni?

In queste ultime settimane, vi ho parlato di Zitelle di Kate Bolick, per il book club stiamo affrontando la lettura di Maeve Brennan (ne parleremo giovedì prossimo) e sul mio comodino svetta La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani, una raccolta sulla vita di scrittrici celebri che mi ha stappato l’ennesimo chakra e che vi consiglio con il cuore. 

tempo 2Cosa ci raccontano questi tre libri, dedicati a scrittrici e donne volitive vissute tra Ottocento e Novecento? 
Beh, che non esiste una regola di condotta certa, che la vita è un incastro di occorrenze e di possibilità, di tenacia e fatalismo.

Ci raccontano di donne che hanno cambiato rotta senza paura, anche a giochi fatti, durante momenti storici meno agili del nostro. Ci presentano persone ostinatamente votate alla ricerca e all’espressione di sé, a cui è sempre stata chiesta una totale dedizione nell’essere non più che buone mogli e padrone di casa.

Certo, si tratta di destini illustri e lontani dalla vita dei più ma, è il caso di specificarlo, non sempre nati da condizioni sociali favorevoli e da agi culturali (leggete la storia di Grazia Deledda, primo racconto della Petrignani, e vi si aprirà un mondo, lontano anni luce dal sussidiario che ce l’aveva fatta conoscere sui banchi di scuola).

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Il tempo degli altri, fossero anche la maggioranza, è una bugia. 

Non è mai detta l’ultima parola su cui siamo e ci sarà sempre un tempo per ridefinirci, per cambiare pelle. Quello che va bene per molti può non rappresentare in alcun modo il nostro motivo di realizzazione. È vero, a correre controcorrente si fa una fatica del diavolo ma non si dice mai abbastanza che nell’espressione di sé non ci sono punteggi da federazione sportiva, saette di pollici alzati, liste roboanti di sostenitori della nostra presunta autorevolezza. 

Il tempo ci cambia ma è il nostro sguardo a dargli un valore: bisognerebbe ricordarlo bene.

Come sarebbe utile iniziare ad agire sul rispetto della differenza, accettando che non esista un modo solo, una sola via, un solo sguardo. Sarebbe bello dare un nuovo valore alla vecchiaia, iniziare a vedere la vita come un insieme di tante fasi, di nuove consapevolezze, di cambiamenti. Cambi di pelle, di sguardo e di convinzioni, non solo una lenta e inesorabile decadenza.

Non smetterò mai di educarmi a questo fatto e accetterò che il mio sia un tempo asincrono, se è quello che la mia anima vuole.

Perché è solo la canzone che ci suona dentro – il suo ritmo, i suoi accordi – a darci un senso.

1 febbraio 2017

BookeaterClub: febbraio 2017

Camilla - Zelda was a writer

Il fatto più importante dell’ultimo BookeaterClub in Rizzoli Galleria siete stati voi.

BookeatercClub gennaio 2017 | Zelda was a writerVoi e la voglia di esserci, di comunicare il vostro punto di vista, di ascoltare gli altri, di essere disposti a cambiare idea, a coinvolgere gli altri in un ragionamento.

Sono giorni che vado in giro dicendo una sola parola: INCREDIBILE.
Incredibile una tale presenza, non tanto numerica (che è stata già essa stessa INCREDIBILE) ma di pensiero, di cuore, di impegno.
Inizio a preoccuparmi seriamente: ho iniziato a scandire la parola I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-E anche nella mia mente, quando mi ritrovo in silenzio e lontano da tutti, come se dovessi ricordare prima di tutto a me stessa quello che siamo riusciti a creare insieme.
BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

Non si tratta di un evento, non si tratta di riempire una sala o di vendere libri: il BookeaterClub è qualcosa che alimenta la speranza, allontana la cultura dalle torri d’avorio e la rende un fatto gioioso, condivisorio, foriero di nuove domande, di amicizia, di panorami oltre il muro. Credo sia per questo motivo che continuo ad amarlo follemente.

BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

Anche rispetto a quello che vi scrivevo ieri, ogni volta che finisce il BookeaterClub, porto come un voluminoso bagaglio di fiducia. È il sentimento galvanizzante del non sentirmi sola, di avere rintracciato nel mare magnum di opzioni, parole gridate, fatti più grandi di me una dimensione in cui posso crescere senza sentirmi tragicamente minuscola. 

Secondo me è quando ci si sente così, quando si ha la percezione di essere al limite dell’invisibile, che lo stimolo a cambiare, a tentare di fare, a ipotizzare imprese si annulla in un drammatico “cosa vuoi che cambi”.

BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

La Cultura ha l’enorme pregio di stappare chakra. 
“Stappare i chackra” è un’espressione scherzosa che uso spesso per definire un rivelazione, una sorpresa, un meccanismo che gira su stesso per tanto tempo e che poi, a un tratto,  si libera e regala nuova aria, nuovi movimenti.

La Cultura libera e permette di percepire sentire il mondo attraverso frequenze più intime, più profonde. Dopo i regali del sapere, del chiedersi, del sondare non si sarà mai più gli stessi e ogni fatto, ogni dettaglio, sarà un tassello che si incastra nel fitto mosaico della vita, non l’elemento di una timeline che scorre senza dare valore al suo ritmo.
BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

Proprio in questo senso, il gruppo ci ha regalato una volta incommensurabile di azione: durante la data di gennaio abbiamo raccolto un considerevole gruzzoletto per la Siria mentre la scorsa settimana ci siamo concentrati sull’emergenza freddo di Milano, raccogliendo capi di abbigliamento per la Casa della Carità di Milano.

BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

Riporto una stralcio della mail di Francesca, responsabile della raccolta, ricevuta all’indomani del nostro incontro.

Carissima Camilla, 
prima di tutto: GRAZIE! Grazie per la bellissima serata di ieri e per averci aiutato nella raccolta di indumenti e anche a far conoscere un po’ di più la Casa della carità.

Abbiamo contato tutto quello che abbiamo raccolto e siamo davvero contenti! È andata alla grande! 
Ecco quindi qualche numero:

  • 42 maglie pesanti
  • 1 pantalone
  • 1 pigiama
  • 4 sciarpe
  • 5 berretti
  • 2 paia di guanti
  • 2 impermeabili
  • 1 giacca a vento
  • 1 giacca smanicata
  • 11 maglie intime
  • 20 paia di calze
  • 10 paia di mutande

Siete stati molto generosi e si è visto benissimo che ognuno ha voluto mettere un pezzo del suo cuore per aiutare le persone che bussano ogni giorno alla nostra porta. Grazie, grazie davvero!
Tra qualche ora apre il guardaroba per le docce pomeridiane e porterò alle nostre valide volontarie i sacchetti, saranno sicuramente felicissime! 
Pensa che 42 maglie è più o meno il numero di indumenti che vengono dati in una sola giornata di apertura delle docce. Insomma, oggi i Bookeaters offriranno un indumento caldo, un caldo abbraccio a chi vive per strada. Penso sia un gesto davvero molto bello!

Grazie ancora, Camilla, e un abbraccio,
Francesca

BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

La foto è stata scattata da Francesca, dalla Casa della Carità

Per chi chiedeva come aiutare la Casa della Carità a distanza, ecco la pagina delle donazioni: www.casadellacarita.org/dona.
BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer

Francesca mi scrive che con le donazioni possono individuare quello che manca al guardaroba e portare avanti una raccolta più strutturata e utile. Inoltre, se scriverete nella causale della donazione “Zelda”, vi arriverà un ringraziamento scritto dai ragazzi di questa fondazione cittadina, giovani e pieni di voglia di fare e di dare.

BookeatercClub febbraio 2017 | Zelda was a writer
Mi accorgo di avere scritto moltissimo, me ne scuso!

Ci vediamo giovedì 16 febbraio dalle 19, in Rizzoli Galleria. Portate la tessera e la vostra bellissima energia.

Parleremo di Maeve Brennan e dei suoi La Visitatrice e La Sposa Irlandese, entrambi editi da BUR.
Chi volesse iniziare a stringere la mano a Maeve Brennan, può leggere Zitelle di Kate Bolick, ne ho parlato qui.

Se siete nuovi del book club e volete avere maggiori informazioni, trovate tutto o quasi qui.

Buona lettura!
Camilla
Zelda was a writer

– Grazie a Cristiano per le foto di questo post –

31 gennaio 2017

Il protagonista che vuoi essere

Camilla - Zelda was a writer

OKTutto quello che mi fa più paura un tempo mi avrebbe fermato, oggi è il mio carburante.
Non saprei dirvi cosa sia capitato nel mentre, non voglio darmi meriti che non ho: credo dipenda dal tempo che passa e che rende più saggi. Credo che a un certo punto ci si debba guardare allo specchio e chiedersi quanto sia utile sentirsi bene dentro le proprie rassicuranti quattro mura e quanto, invece, serva fare un passo verso quello che non conosciamo, fosse anche il passo più incerto e tremante.

Lo scrivo qui senza sapere bene dove andrò a parare perché sento che in qualche modo potrebbe essere utile a molti di voi, a quelli che in queste ore, di fronte alla tragica piega che stanno prendendo certi fatti internazionali, pensano di non farcela, si sentono spossati e soli.

Sono grandi le cose che stanno accadendo, molto più grandi di noi. Non solo in America: il mondo è nel pieno di una deriva di senso pericolosissima, immemore come poche volte nella sua Storia, diviso da profonde spaccature. Speravamo che la lezione fosse stata imparata ma la lezione continua a essere dimenticata…
È assolutamente comprensibile sentirsi inermi e piuttosto sconsolati ma, a dispetto di quanto si pensi, di quanto gridino i giornali, di quanto monti la polemica, io ritengo si possa fare moltissimo. 

Credo sia arrivato il momento di togliere spazio ai proclami su facebook e regalare tempo all’azione. Per “azione” intendo un’attenta cura dei dettagli, una predisposizione all’ascolto e un grande lavoro sulla nostra capacità di nutrire costantemente i dubbi, le domande, la curiosità. 

La lettura in questo senso è una grandissima alleata. Allontana dalle cose veloci e fagocitanti, permette di calarsi nei panni di qualcuno che altrimenti non potremmo mai incontrare: il diverso, il lontano, l’oscuro.

Da quando leggo, ho alimentato una forma di sconfinata tenerezza per il genere umano, per i suoi tentativi, per le sue mancanze. Leggere mi ha permesso di soffermarmi sulle sfumature, ha lavorato così tanto in profondità sul mio bisogno di sospendere il giudizio che ho iniziato a frequentare le mie paure con maggiore disinvoltura e con esse le chiusure, quel bisogno – incomprensibile ma reale – di rigettare il cambiamento, le cose che non conosco e che mi sembra possano in qualche modo minacciare il mio equilibrio.
Il protagonista che vuoi essere | Zelda was a writerContinuerei all’infinito a raccontarvi i pregi della lettura ma sento che non renderei giustizia al sentimento di azione che mi pervade in questo periodo.

Vorrei dirvi che fare, compiere azioni, impegnarsi silenziosamente in qualcosa di reale e tangibile non è solo retaggio degli eroi. Chi ve l’ha raccontato ha voluto immobilizzarvi, perché l’azione cambia profondamente le persone, apre loro gli occhi. 

Fare vuol dire credere fermamente che una condotta – anche una sola – possa fare la differenza per molti, che un gesto silenzioso parli più di milioni di retweet, che possa muovere le montagne, proprio come il leggendario battito delle ali di farfalla.

Il protagonista che vuoi essere | Zelda was a writer

Fare vuol dire smettere di dire che la colpa è degli altri e non alzare un dito per cambiare le cose. Fermarsi, chiedersi se sia il caso di dare contro al figlio del politico di cui non condividiamo neanche i silenzi, salvare un uomo che sta annegando, mettersi nei panni degli altri, schierarsi sempre dalla parte dei deboli, regalare il proprio tempo e le sue scadenze a qualcosa di realmente urgente, iniziare a pensare che il mondo è uno, che i generi servono alle classificazioni ma che le persone appartengono tutte alla stessa famiglia.

Ecco cosa renderà il biglietto per la giostra della vita un buon investimento. Perché è di questo che si tratta: sentire di avere speso al meglio il proprio tempo, prodigarsi senza posa per dare un valore alla propria immensa fortuna di essere vivi, pensanti, immersi nelle cose del mondo.

Il protagonista che vuoi essere | Zelda was a writer

Non ci si ricorda mai abbastanza che sarà sempre e comunque la vita il libro più grande e fantasioso che avremo la fortuna di leggere. E la sapete una cosa a dir poco strabiliante? Starà a noi decidere che tipo di protagonista essere.

Buon martedì!
Camilla
Zelda was a writer