19 gennaio 2012

Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.

Camilla - Zelda was a writer

Reviews Theatre

Capita che in una freddissima serata milanese, nella perfetta metà di una settimana di recupero forze, tu e l’orso che ti porti dentro vi rechiate a teatro, per il secondo degli spettacoli di un abbonamento di cui andate fieri, ma che l’influenza dell’ultimo periodo vi ha impedito di onorare.
Siete piuttosto preoccupati per gli ultimi residui di tosse secca e vi sistemate diligentemente nel vostro posto – fila M, posto 8 -, determinati a restare immobili e muti per l’ora successiva.

Voi e un orso invisibile. Nulla farebbe presupporre qualcosa di buono…
Poi però inizia lo spettacolo e, come sempre accade, l’orso invisibile torna nella tana invisibile e il posto 8 della fila M diventa molto più comodo. Voi intanto vi sciogliete, conversate con l’anima e perdete ogni ricordo della tosse-spauracchio. Gli arti vi ringraziano, i polmoni si rilassano e la mente vaga.

Amici belli, buon giovedì!
Ieri sera, con la mia amica Mari, sono andata al Teatro Elfo Puccini per Cassandra, lo spettacolo di Francesco Frongia con la sconfinata e galvanizzante Ida Marinelli.
Con tutto l’impegno di questo mondo fatico a descrivervi l’emozione che mi ha lasciato lì, alla fine di tutto, sudaticcia e in preda a lacrime inarrestabili, mentre le luci e gli applausi mi ridestavano da un torpore bello e trasognato.

Ma andiamo con ordine. Cassandra è tratto dall’omonimo libro di Christa Wolf (edizioni e/o).
Non facile, la Wolf. Si tratta di una di quelle penne molto dense che vorresti che qualcuno leggesse per te: in tua presenza, magari ad alta voce. A me era capitato così con Il cielo diviso, un bellissimo racconto d’amore e di separazione di Rita e Manfred, due giovani vittime della Berlino divisa. In quel caso non ho trovato nessuno che me lo leggesse e così, per alcuni passaggi, sono diventata la spettatrice della mia stessa voce, sussurrata e traballante.
Come capirete da soli, con Cassandra è andata decisamente meglio…

Cassandra è una giovane donna lungimirante e sensibile, libera nella prigionia. Lacerata dai calcoli di un tempo dedito all’assalto e alla diffidenza, eppure sognatrice infaticabile. Ci guarda dritta negli occhi e affonda le mani nel nostro cuore, in un modo che ancora mi colpisce.
Si rivolge a uomini e donne, in un magnifico ballo di rimembranze, paure, considerazioni e delicate bellezze. Ad un passo dalla sua fine cosciente, parla senza l’imperativo del genere, chiamando all’appello l’Uomo con la u maiuscola e indicandogli – priva di qualsiasi ambizione all’insegnamento – la triste via del suo declino d’insensatezza e prevaricazione: un dirupo triste, capace di confondere l’eroismo con la violenza, la bestialità, il sopruso.

Non ci sono metafore o similitudini che tengano, le parole con Cassandra sono parole e nessun gioco retorico riesce a spegnerne il significato. Nonostante la schiacciante evidenza della sua vita a tempo determinato, la donna continua a farsi delle domande, a dare un nome alle cose, anche a quelle più tragiche. Per chi scrive e difende i lemmi, quest’atteggiamento sconsiderato e mai rinunciatario è in grado di rasentare la santità!
Nell’ultimo capitolo della sua vita, lontana dalla sua Patria, vessata e derisa, Cassandra diventa eroina decidendo di non esserlo. La sua forza risiede nel passo indietro che compie, nel solenne indietreggiare da tutto – dalla famiglia, dalla Storia, dal desiderio di possesso e d’immortalità – che aggiunge, invece di sottrarre.

In tutto questo: Ida Marinelli, una Cassandra immensa e straziata, il navigatore infallibile di un percorso accidentato e ingiusto, una combattente nell’angusto ring di ricordo e oblio.
Incalzante, delicata, abitata da una rassegnazione cristologica e al tempo stesso tuonante, combattiva, pronta a sfidare la grassa pancia dell’ovvio. Ricorda la Sophie Scholl che osò combattere contro Hitler, si muove su un palco meravigliosamente raccontato dalla scenografia del regista Francesco Frongia, in un tripudio epico di scritte tedesche che ricalcano il senso della fine e quello della morte, nel pieno di fruscii atavici, note romantiche e profondi ritmi a lutto.
La sconsiderata e bellissima Cassandra-Marinelli, eroina new wave di un tempo a caso nella lunga sequenza umana di violenza e bestialità, persa tra le gambe di giganti di una montagna granitica e ombrosa. In una parola, amici? IMMENSA!

Vi consiglio con il cuore questo spettacolo della parola, del dramma e dell’immagine. Costellato di magnifici momenti di sentimento e dolore, impreziosito dalla presenza registica di Francesco Frongia, da tocchi di magia e luce così specialmente emotivi, così unici e personali.
Abbiate fiducia e lasciatevi abbracciare, non ne resterete delusi.

Alla fine della serata, nel tripudio di cattive notizie che arrivano dal mare e dalle borse europee, pensavo a quanto l’Arte non sia mai gratuita, a quanto possa raccontare il male più sconsiderato, a quanto sia libera di vagare nel torbido.
La testimonianza registra il dolore e affonda lo strazio, mentre l’Arte innalza dal tormento e regala la speranza. Anche se pungola, arrossa, irrita e sfianca, l’Arte – mentre tremavo dal freddo e una lacrima mi vagava ancora negli occhi – mi è sembrata l’unica visiera contro i raggi nocivi di un cielo sempre più opprimente e latteo.

Vi auguro una magnifica giornata!
xoxo

2 pensieri su “Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.

  1. chiara i.

    Uno dei pochi motivi per cui rimpiango di non vivere più a Milano è il teatro Elfo Puccini. Quanto mi mancano spettacoli così! E la tua recensione (ottima!) ha acuito la mia nostalgia.

    Replica

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