19 aprile 2017

Storie della buonanotte per persone ribelli

Camilla - Zelda was a writer

 Mi schiero: se non fossi stata invasa dagli eventi e, di conseguenza, piuttosto latitante nei giorni della sua uscita, “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo (Mondadori) ve lo avrei consigliato.

A dire la verità, l’avevo già fatto su instagram ma mi/vi promettevo di tornarci con maggiore slancio e, puntualmente, non riuscivo.

Mi piacciono i libri di questo tipo: veri e propri zibaldoni di storie e colori, progetti a più mani che ho sempre adorato sin da bambina perché, da inguaribile curiosa quale sono, li ho guardati come delle gustose piattaforme per partire all’avanscoperta di biografie e destini, di tratti e illustratori.

Credo che questo libro andrebbe guardato così: come una piattaforma per stimolare i suoi lettori a chiedersi di più, ad addormentarsi con la sensazione di poter essere tutto quello che vorranno nella loro vita futura, di non dover porre limiti alla fantasia e al bisogno sacrosanto di essere al centro dei propri sogni.

Io sono figlia di un padre che mi ha sempre fatto intendere – con i fatti, non con le parole – che avrei potuto essere quello che volevo.
Ve l’ho già raccontato: quando, durante un Natale di millenni fa, una zia mi regalò i primi pezzi del corredo, chiedendomi di conservarli con cura, lui ammise che erano davvero dei preziosi asciugamani gialli e, ringraziando, promise che li avremmo senz’altro usati dal giorno seguente.

Il mio più grande esempio di femminismo applicato è stato senz’altro lui e così – ve lo devo confessare – vivo male qualsiasi tentativo, anche in buonissima fede, di parlare solo a una fetta di pubblico, solo a un genere.

Le Storie della Buonanotte andrebbero raccontate a tutti perché, se per una corposissima parte di  ragazze le cose non sono per nulla facile, è pur vero che anche certi ragazzi non se la passano per niente bene. 

Se i nostri figli vivessero i generi come un fatto accessorio, la differenza come una ricchezza, i limiti come una possibilità, tutti saremmo liberati dal pesantissimo fardello del dover essere come delibera la maggioranza delle persone e avremmo più tempo per dedicarci a ciò che ci accende, a ciò che ci rende davvero felici e vivi.

Quindi, per rispondere alle domande che mi sono state poste su questo libro, direi che tutti possono leggerlo e non solo le bambine ribelli. Anche le bambine remissive o i bambini morigerati, a mio modesto parere.

L’arte in tutte le sue forme non vi fornirà mai un libretto delle istruzioni o un bugiardino. Ogni volta che ne avete la sensazione, datemi retta, guardatela perlomeno con sospetto.

Prendete, per esempio, la letteratura per l’infanzia. Credo che i livelli raggiunti da questo ambito – in tempi peraltro insospettabili – raccontino di quanto coraggio e bellezza possano attraversare le pagine di un libro e renderlo un fatto importantissimo, coraggioso, l’espressione della più alta forma di civiltà e di condivisione.

Leggetela tutti, la letteratura per ragazzi, non aspettate di essere invitati nelle sue stanze. Fatelo sia perché dentro di voi alberga ancora un fanciulletto desideroso di stupore e speranza, sia perché, nell’aprire una delle sue mille copertine multicolore, nessuno vi chiederà di dichiarare chi siete, quanti anni avete, se siete autorevole o speciale.

Per questo tipo di letteratura sarete sempre e solo due occhi disposti a farsi stupire e un cuore pronto a palpitare.

Detto questo, oggi ho deciso di condividere la mia collezione di libri su donne cattivissime.
Sono stati pensati per bambini o solo per adulti? Per donne o uomini? Per suffraggette o per reazionari?

Non saprei rispondervi con certezza ma so che sono espressione di un fatto prezioso: raccontare la vita. E che poi, cosa non da poco, sono bellissimi.

In queste righe abbiamo appena finito di sfogliare Bad Girls Throughout History – 100 Remarkable Women Who Changed the World” (Chronicle Books), voluto e disegnato da quel geniaccio di Ann Shen (li avete scaricati i suoi stickers di facebook? Io dal minuto uno!). Scritto in inglese e consigliabile anche a chi sappia solo il francese. 

Queste foto in cui siamo immersi, invece, ci raccontano di una vera e propria perla.
Segnatevelo: è un libro va tenuto vicino al cuore. Si chiama “Cattive Ragazze – 15 Storie di Donen Audaci e Creative” di Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Sinnos).

Immersi in questa graphic novel intelligente e ispirante, troverete quindici storie di libertà e passione, agli antipodi geografici e pure culturali, piene di talento e determinazione, di coraggio e semplicità.

Vi faranno letteralmente accapponare la pelle perché vi ricorderanno quanto la vita per taluni sia stata un’occasione straordinaria di espressione e generosità. Leggendolo, perderete i confini di genere – genere letterario, genere sessuale – e vi troverete davanti a pagine e persone, persone vocianti o sommesse, famose e anelate o sconosciute e vessate.

Vi troverete davanti a qualcosa che, nelle differenze, ci unisce tutti: il diritto a esistere. E, anche sforzandomi nel cercare altre opzioni, non credo esista fatto più importante, dolce e umano.

È il caso che vi lasci… Ma quanto parlo ultimamente?! 
Che sia una buona giornata per tutti voi!
Camilla
Zelda was a writer

13 aprile 2017

Sul recitare (con tutto te stesso)

Camilla - Zelda was a writer

Sul recitare con tutto te stesso | Zelda was a writerGiorni fa, sul Corriere della Sera, ho letto la storia di Giovanni Mongiano, attore con alle spalle una lunghissima storia di palchi solcati, di prove, di attese e di una tracimante e mai vinta passione per il teatro.

Prima di iniziare il suo spettacolo serale – Improvvisazioni di un attore che legge” al Teatro del Popolo di Gallarate – gli è stato riferito che la platea era completamente vuota. 
Mongiano poteva decidere di tornarsene a casa o in albergo: una pizza da consumare velocemente e il sentimento di vivere in una società immemore e poco curiosa gli avrebbero forse regalato una notte insonne ma quel che è certo è che avrebbe risparmiato le sue energie per altre sere di pubblico in sala.

Mongiano, invece, ha deciso di salire sul palco e ha recitato per un’ora e venti come se il pubblico fosse presente, magicamente raddoppiato, oltre la capienza effettiva di quel teatro costruito nel 1920, con il contributo di tutte le fasce della popolazione, anche quelle meno abbienti.

La platea che sogniamo | Zelda was a writer

Recitare per il vuoto. Recitare con la stessa abnegazione che ti spinge a dare il meglio di te quando sei sotto la lente d’ingrandimento di molti, quando il teatro ha un nome altisonante, quando la stampa si spinge oltre il misero trafiletto che, in genere, è già un grandissimo regalo promozionale.

Recitare con tutto te stesso.

Giovanni Mongiano dice che quella sera ha deciso di salire sul palco sulla scorta di un impulso improvviso, come fosse un atto d’amore ma anche una coraggiosa protesta.
Sul recitare con tutto te stesso | Zelda was a writer

A me si è stretto il cuore e ho iniziato a ragionare silenziosamente.
In questi anni, grazie alla mia amica Marilena, mi sono concessa un abbonamento annuale al Teatro Elfo Puccini, trovandomi di fronte a tanta di quella vita, di gioia e di speranza da ritenerlo un investimento imprescindibile per la qualità del mio pensiero.

Il teatro ha allenato l’empatia, è stato un ottimo simulatore di volo per la mia vita e mi ha permesso di riconoscere una forza incredibile nella fragilità. Per questo andrebbe supportato, festeggiato, raccontato e difeso: a prescindere dai singoli casi, in esso si nasconde l’antidoto a tutte le derive di sentimento e umanità a cui stiamo tristemente assistendo.

Non è solo un fatto da intenditori, non fa morire di noia, non è solo per i ricchi, non è sempre e solo la riproposizione di un repertorio più o meno tradizionale: il teatro è una sonora risata che puoi fare al buio, le tue lacrime, la tua indignazione, una delle possibili risposte alle tue mille domande, la sensazione più prossima al materico, al tattile. Il teatro è salto a pie’ pari in mondi paralleli, che non sempre abbiamo la voglia o gli strumenti per visitare.

Credo davvero che la società sia sedata e destinata a una perdita inesorabile di empatia e rispetto? No, assolutamente.
Tutte le volte che mi guardo in giro vedo tantissima volontà, molti fatti, incredibili esempi di bellezza e coraggio. Ci sono tante defezioni ampiamente testimoniate ma la verità è che chi produce fatti positivi è perlopiù impegnato a fare e spesso il suo silenzio non è assenza ma presenza su altri campi, forse meno virtuali ma di certo più fattivi. 

Sul recitare con tutto te stesso | Zelda was a writer

Ma voglio dirvi di più. Penso a quell’attore che recita con serietà e trasporto nel vuoto di una sala e ci intravedo un esempio forte e significante per tutti, specie in questo momento storico.

La serietà che non ha bisogno di plausi, il profondo senso di rispetto per il lavoro che si fa, la grande presenza di spirito e cuore nelle cose più nascoste, meno plateali, meno “influenti” ci porta a un fatto importante: quello che ci rende davvero autorevoli è la passione con cui ci mettiamo al servizio di ciò che amiamo, il nostro comprensibile bisogno di lasciare testimonianze di noi nel mondo, l’esigenza di dare un senso forte non tanto ai nostri siti o ai nostri social ma a quello che decidiamo di essere nella vita, al patto che sottoscriviamo con la nostra pretesa di realizzazione e felicità.

Per questo fatto ci sono pochi like che valgano davvero e, a pensarci, non servono neanche platee estese o vocianti. Per questo fatto esiste un solo spettatore che conti veramente: la più completa e galvanizzante sensazione di essere parte integrante del proprio cammino.

Un sorriso e  buona giornata,
Camilla
Zelda was a writer

11 aprile 2017

Di quando Zelda ha letto Rupi Kaur

Camilla - Zelda was a writer

    Zelda legge Rupi Kaur | Zelda was a writer

Sono tornata qui, dopo un mese abbondante.

Un mese rivoluzionario e faticoso in cui, finalmente, ho scoperchiato la mia polverosa collezione di vasi di Pandora e abbracciato il cambiamento. Si tratta di un percorso intimo e leggendario (leggendario per tutto quello che è meno evidente e glamour, per l’economia dei miei giorni e per tutto quel poco altro che a me sembra tantissimo). Un cammino che non so raccontare nemmeno a me stessa ma che ha creato connessioni importanti.

Una di queste – oggi sono qui per parlarvi di lei – è stato l’incontro con Milk and Honey di Rupi Kaur, un libro che ha fatto parlare di sé dal primo minuto della sua vita condivisa, amato alla follia da Tre60 che ha deciso di portarlo in Italia, sfidando il nostro approccio recalcitrante nei confronti della poesia.
Zelda legge Rupi Kaur | Zelda was a writer

Il successo che questo libro ha scatenato è stato tracimante. Quello che non smette di sembrarmi importante è che Milk and Honey di Rupi Kaur è riuscito a ricordarci quanto la forza di un messaggio sia in grado di valicare le reticenze più granitiche; quanto il bisogno di dire – di dire con il cuore e tutto il trasporto possibile – sia qualcosa di tracciabile e assolutamente evidente; quanto il pubblico, che moltissima editoria tende sovente a imboccare, sia perfettamente presente a se stesso.

Il pubblico sceglie, non subisce e ha ambizioni fruitive molto più variegate di quanto si pensi.
Zelda legge Rupi Kaur | Zelda was a writer

Con questo libro ho avuto la fortuna di creare un progetto tutto mio, raccontato su instagram, pieno di immagine e parola. Una serie di scatti che lo raccontassero nello stesso modo in cui lo vedevo e che vi abbracciassero tutti, in una ipotetica lettura condivisa, in un gioco di creatività e amore per le pagine scritte.

Il progetto è stato reso tanto bello (ok, lo ammetto: lo amo alla follia!) grazie alla presenza di un’attrice – Queralt Badalamenti (protagonista di ognuno dei dodici scatti realizzati) – e di un’amica con cui condivido sogni e fatiche – Justine Romano de Le Funky Mamas – che si è occupata della produzione dell’intera avventura, incrementando in maniera decisiva la creatività e le idee.

Eravamo un gineceo per un libro che parlava di donne. Niente di più perfetto!

Le donne raccontate, che sono il risultato dell’esperienza di Rupi e, per questo, lontane dal nostro vissuto, ci sono apparse immediatamente universali.
Potevamo essere noi, potevamo esserlo state per i giochi del destino o in una frazione fondamentale del nostro vissuto. Rupi ci ha raccontate nella gioia e nel dolore più profondo, nella fragilità che annienta e nella forza del rialzarci sempre e comunque.
Zelda legge Rupi Kaur | Zelda was a writer

Con Rupi Kaur abbiamo seguito un cammino a quattro tappe.

Il Ferire ci ha raccontato dell’essere nate donne in una società complessa, che ha fatto della divisione dei generi (delle rispettive educazioni, della loro realizzazione personale e professionale) un fatto fondante.
In questa fase abbiamo riconosciuto l’ingerenza di modelli secolari, la violenza più sfumata ma non per questo meno dolorosa, la mancanza di una coraggiosa educazione emotiva, che forgi menti e gesti, mettendo al centro la persona, non il genere.

L’Amare ci ha parlato di quello stato di grazia che ci rende completi e significanti solo in presenza di un sentimento che sembra certificarci, regalandoci finalmente un motivo del nostro essere al mondo.
Questa sezione è difficile da spiegare perché è un fatto intimo che ognuna di noi, in diverse percentuali, ha provato almeno una volta nella vita. Parla della perenne ricerca di completezza delle donne, una necessità più indotta che reale.

Lo Spezzare ha raccontato di un meccanismo che si rompe, con la conseguente perdita di orientamento e di parametri che, seppure violenti e indotti, erano l’orizzonte certo a cui tendere.
Questa terza parte parla della fatica di capire che le regole sono poca cosa, se rapportate all’energia vitale di ogni essere umano.

L’ultima tappa, Il Guarire, descrive l’importanza di ripartire da sé, di bastarsi, di cercare solo quello che ci accende e ci fa sentire persone vive e in cammino.
Non figlie, mogli, madri, solo persone necessitanti di un ritmo interiore del tutto soggettivo, di scelte al riparo dal sentire comune, di occhi che non abbiano il timore di guardare oltre la linea del consentito.
Zelda legge Rupi Kaur | Zelda was a writer

Spero che questo progetto vi abbia regalato uno spunto in più per guardare alla vostra vita, che abbia incrementato gioia ed empatia. Lo spero con il cuore perché libri simili chiedono solo di cercarsi tra la folla, di riconoscersi e, finalmente, di comprendersi e scusarsi.

Grazie a Tre60 per avere seguito con fiducia ed entusiasmo la mia intuizione. Lavorare con questo slancio è avventura a dir poco incredibile!
Camilla
Zelda was a writer

Milk and Honey
di Rupi Kaur (—> sitoinstagramtwitter)
Tre60 (—> sitofacebook – twitter)

1 marzo 2017

La Llorona – Lhasa de Sela

Camilla - Zelda was a writer

La Llorona - Lhasa de Sela | Zelda was a writerQualche giorno fa, per puro caso, ho scoperto che lo scorso 4 febbraio La Llorona ha compiuto 20 anni. 

La Llorona (secondo il folclore latino-americano, la Llorona è uno spirito disperato che ha appena perso/ucciso il proprio figlio e lo cerca senza posa) è un disco fatato, vissuto, scritto e cantato da Lhasa De Sela.

Tutto in spagnolo, ambientato in un mondo parallelo, scritto guardando al Sud nel freddo clima del Canada, La Llorona è una fusione perfetta e fantasiosa di milioni di influenze culturali, scosse telluriche e tutti i suoni del mondo. 

Il primo disco di Lhasa, amatissimo e venduto come poche volte capita nella storia dei primi album, specie se indipendenti. Costruito ricordando il suo mondo bambino, condiviso con le sorelle e i genitori hippie (padre messicano e madre americana di origine ebraica) in un van che ha attraversato confini e storie, rendendo la gioia di chi guarda senza limiti, di chi sa assorbire e riportare in un modo unico e senza filtri. E senza muri, verrebbe da aggiungere.
La Llorona - Lhasa de Sela | Zelda was a writerIl primo disco di una carriera musicale che avrebbe prodotto tantissime altre meraviglie se il Destino non avesse deciso di impedirlo.

Lhasa de Sela è morta per un tumore al seno nel 2007. Ha vissuto con questo male per 21 mesi, tempo che ha impiegato dedicandosi completamente alla sua musica con l’urgenza delle ultime occasioni, con la passione divorante di certi amori che servono più dell’ossigeno.

Se non la conoscete già, mi farebbe piacere essere il vostro personale cupido perché sono certa che ne nascerà un amore immediato e profondo. Inoltre, in tal modo, restituirò un grande favore, visto che anche a me è capitato di fare la sua conoscenza per caso, grazie all’intervento di Roberta, una cara amica che ne era pazzamente innamorata.
lhasa_credit_ryan_morey-1400x937Non so parlare di musica. Ho la presunzione di pensare che le mie parole possano raccontare tutto ma con la musica è diverso: è un stato d’animo tanto parcellizzato, intimo e casuale da impedirmi di trovare frasi che riescano a rendere la gioia che è in grado di provocare nella mia persona, la sua presenza puntuale nei miei giorni, il suo decidere per me, allontanandomi dai generi e dai nomi, dalle contingenze e dalle mode.

Anche Lhasa ha fatto questo: mi ha allontanata da tutto. Con la sua voce fatta di cuore e di terra, è riuscita a tenermi compagnia per un lungo periodo della mia vita.

Quando torno ad ascoltarla, ritrovo tutto di quei giorni: le aspettative, le avventure ipertrofiche (e parecchio sconclusionate), la mancanza di un piano che fosse strutturato, la speranza e il rossetto color ciclamino. Lhasa non era un sottofondo ma un ritmo preciso e vitale che mi ha regalato moltissimo. 

Il suo primo disco, per certi versi ingenuo e irruente, mi ha messo di fronte alla necessità epidermica di certi esseri di regalare tutto di sé, senza sconti o paure, senza previsioni o ambizioni.

La sua breve vita ha lasciato tantissimo e continua a parlare una lingua senza passaporto, immersa nella bellezza della diversità, delle cose che nascono in un punto per attraversarne infiniti, che non devono per forza parlare i tuoi idiomi perché tu le capisca intimamente, perché diventino subito tue.

Lhasa de Sela ha continuato il suo cammino musicale, attraverso altri due dischi molto diversi (The Living Road e Lhasa), pieni di tutte le radici che hanno formato il suo fusto: la vastità silenziosa e persa degli Stati Uniti, le oscure leggende del Messico, i colori saturi e puliti del Canada. Dischi pieni di un bisogno inesauribile di dire, di liberare nell’aria melodie, di soffrire e gioire, di lasciare qualcosa di sé. Di accettare i paradossi della vita e di renderli più gestibili attraverso una melodia.

Dovrebbe essere questo il nostro più grande imperativo: costruire per tutto il tempo che ci sarà dato in regalo. Con la tenacia di un vento di frontiera che, pur sapendo di essere destinato a esaurirsi lungo la corsa, espira con tutta la vita di cui è capace.

Che sia una buona giornata per tutti voi!
Camilla
Zelda was a writer

 

22 febbraio 2017

La tragedia di un apostrofo

Camilla - Zelda was a writer

La scorsa settimana, in occasione di San Valentino, Real Time, un canale digitale “dedicato all’intrattenimento femminile”, ha deciso di diffondere un messaggio sulla stampa e i social, scatenando lo sgomento dei più e la gioia perversa degli stanatori seriali di refusi, sempre in agguato quando qualcuno si perde per strada un’acca o un congiuntivo.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

(fonte: youmark.it)

L’augurio recitava: “Vi auguriamo unamore che è tutto un programma”.
Il pubblico ludibrio si è fatto montante almeno fino a quando è stato chiaro a tutti che si trattava di un’agile trovata di marketing.

A detta di chi se ne è fatto portatore, l’apostrofo tra un e amore non era un errore casuale ma l’anticamera di un messaggio che voleva porre l’accento – o, per meglio dire, l’apostrofo – sull’universalità dell’amore, sulla sua capacità di trovarsi a suo agio in qualunque contesto di genere.

Da questa idea condivisibile è nata una petizione su Change.org indirizzata nientemeno che all’Accademia della Crusca: al momento conta 6.684 sostenitori e chiede di rendere il sostantivo “amore” sia maschile che femminile.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

Dal sito di RealTime

Lascerò da parte l’incongruenza tra un discorso tanto alto sull’amore e la necessità del canale di specificare nella sua presentazione che si occupa di “intrattenimento femminile” perché voglio concentrami sulla nostra grande fortuna di essere attori decisivi di buona parte di quello che riguarda il web, la pubblicità e le scelte editoriali di molte testate.

Ero certa che di fronte a un apostrofo di troppo sarebbe caduto il mondo ma la verità è che un apostrofo di troppo non ha mai ucciso nessuno.

La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writer

(fonte: archivitaliani.it)

Il buon eloquio e la gioia che dovrebbe nascere dall’approfondimento della lingua italiana non ci metteranno al riparo dal rischio di sbagliare, di dire o scrivere castronerie, e – soprattutto – non dovrebbero indurre le persone a preferire così ciecamente la forma al contenuto.

Si parla e si scrive bene per motivi molto più importanti. Per farsi capire e per comprendere, per accorciare le distanze, per eleganza e buona educazione. Perché la lingua italiana – più di ogni altra lingua – ci regala infinite e poetiche sfumature per rendere pieno un sentimento, per riuscire a dare voce a uno stato d’animo perso nei meandri del nostro cuore, per mappare la nostra idea sul mondo.

Le regole sono fondamentali ma poi subentra un sentimento della lingua che è puro ritmo, nel quale ci si trova a palleggiare parole e modi di dire con leggiadria e orecchio, con cuore e fantasia.
Sbagliare non significa essere incapaci. Sbagliare capita a tutti. 

Perché vi scrivo simili ovvietà? Per due motivi fondamentali.
Il primo è perché, evidentemente, non sono ovvie per tutti.

La correzione plateale di errori è una pratica comune che, a quanto pare, riempie di significato la vita di taluni. La verità è che non serve praticamente a nulla. Si tratta di un solipsismo masturbatorio che dura il tempo in cui si consuma, indisponendo e distruggendo intenti e spontaneità.

Tutto questo mi sembra la sintesi perfetta di molta parte (non tutta, per fortuna) della vita sui social: distruggere in nome di una supposta autorevolezza, di un bisogno di ostentare il proprio lato censore e indiscutibilmente migliore. Senza la minima preoccupazione di mettere in difficoltà qualcuno. Convincendosi che la propria autorevolezza risieda in un “qual è” scritto giusto.
La Tragedia dell'Apostrofo | Zelda was a writerEccomi giunta al secondo motivo fondamentale.
È possibile ritenere che, mentre si trovavano al loro tavolo di lavoro, coloro che si sono occupati degli auguri di San Valentino e della petizione abbiano ragionato su cosa ci avrebbe acceso tanto da creare “buzz”, da accrescere il messaggio in modo esponenziale. E così è apparso un apostrofo dove non andava messo. 

Non trovo sia successo nulla di sconvolgente. Il progetto ha una sua forza: c’è un messaggio importantissimo e un piccolo dettaglio capace di accendere il nostro campanello d’allarme in un mare ipertrofico di distrazioni. Trovata perfetta. 

Il progetto di Real Time è un pretesto che mi serve per sottolineare un fatto importante: siamo noi i primi responsabili dei messaggi che ci propinano.

Ci lamentiamo spesso delle stesse cose che alimentiamo. Sarebbe utile fare pace con se stessi e decidere che, se in fondo ci piacciono i programmi trash del pomeriggio o la fashion blogger del momento tanto da saperne tutto e da non perdersi nemmeno un articolo, sarà inutile andare a commentare proprio a casa loro tutto il nostro disprezzo con frasi scritte male (altro che apostrofo!) e al limite della querela.

Gli improperi verbali, la sciatteria dei commenti ad articoli di cui abbiamo letto solo il titolo non miglioreranno la qualità del nostro vissuto e faranno proliferare tutto quello di cui in fondo, anche se in negativo, siamo dei profondi sostenitori.

Chiudo con una notizia sensazionale: tutte le volte in cui qualcuno dichiara sulla sua bacheca personale un “per me è no” sulla lunghissima lista di fatti contro cui scagliarsi – dalle palme in Piazza Duomo a Milano, passando ai compensi delle star della televisione, fino ad arrivare ai fatti della politica interna ed estera – nulla cambia. No, ma davvero: non cambia nulla!
I veri no si dicono con la propria condotta. I veri no si dicono in silenzio, mentre si agisce.

Buona serata,
Camilla
Zelda was a writer