6 Maggio 2016

Mi chiamo Lucy Barton

Camilla - Zelda was a writer

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Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writerOggi sono di corsa ma c’è un libro che mi guarda da qualche giorno dal comodino e mi chiede di essere raccontato. Posso esimermi dal farlo? [Sì, siamo in presenza di una domanda retorica].
Il libro in questione è Mi chiamo Lucy Barton, l’ultima prova di Elizabeth Strout (Einaudi). Ho passato un discreto quarto d’ora a dirmi che scriverci un post proprio adesso non sarebbe stata una buona idea, visto il drammatico ritardo che mi porto dietro. Il mio discorso non faceva una piega: mi sono data ragione e sono qui a scriverne. Mi pare ovvio.

Mi chiamo Lucy Barton l’ho mangiato in una manciata di ore: una notte non riuscivo a staccarmene e così l’ho finito. Finito in una valle di lacrime. Lo tengo a due passi dalla mia vita, perché mi sembra che il suo incantesimo sia destinato a durare ancora per un po’.
Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writer
Come il libro del nostro prossimo bookeaterclub, Benedizione di Kent Haruf (NNEditore), siamo in presenza di un libro dedito all’essenza, con grandi spazi bianchi, spazi di un silenzio talmente significante da attirare il lettore in una sorta di strano magnetismo, capace di coinvolgere ben oltre l’ultima pagina del libro. Parla di te, anche se non è la tua vita. Omette parole che senti pronunciare come sentenze.

Le due protagoniste della storia sono due donne, una figlia e sua madre. Sono in una stanza di ospedale con una grande finestra che regala un’estesa porzione di New York. Pare sia proprio questa città lo spartiacque della loro relazione travagliata e così, nei momenti più difficili del parlare, quando i non detti di una vita incombono su quello che andrebbe rivelato, si perdono nella sua contemplazione, accettando che il Chrysler building di fronte a loro le scruti senza posa.

Cinque giorni di una vita “che lascia senza fiato” bastano a questi due personaggi così (im)perfettamente umani per fare il punto su un rapporto complesso, su un passato difficile, fatto di scelte che hanno inesorabilmente cambiato il destino di tutti.
Attorno a loro, un flusso senza tempo di aneddoti di vite altrui, che sembrano schermarle dalla risposta a un appello gravoso: quello della loro condotta, del loro essere incapaci di dirsi la verità, di chiedersi scusa, di accettarsi finalmente per quello che sono.
Mi chiamo Lucy Barton | Zelda was a writer
Elizabeth Strout ha scritto un piccolo scrigno di sfumature e dolori. Si legge nell’assenza, tra la fine di un capitolo chiuso repentinamente e un altro che ci porta in una nuova dimensione del ricordo. 

Un meccanismo perfetto, dunque, ma non freddo. Un meccanismo in cui le parole hanno un valore così importante da venire centellinate, da venire sillabate a voce alta, da venire scritte e contemplate. In cui la dolcezza della vita che passa e che smussa gli angoli dà finalmente il benvenuto all’accettazione, al presente, al bisogno di contatto. Nonostante gli sbagli, le offese, le mancanze imperdonabili.

Un libro tanto vero da essere una meravigliosa propaggine della vita.
La vita di ognuno di noi.
Camilla
Zelda was a writer

2 pensieri su “Mi chiamo Lucy Barton

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