13 luglio 2017

Tutto quello che vuoi

Camilla - Zelda was a writer

Cinema

Nella poesia si ama chi ti pare, nella vita si ama solo chi ti sta accanto.
da “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni (2017)

Poco tempo dopo aver perso mio padre, finiti i giorni del dolore pieno, che ottunde le sinapsi e rende impossibile anche una cosa naturale come il respiro, andai al cinema con mia madre.

Allora cercavamo disperatamente di non pensare, di perderci in lunghissime e silenziose camminate senza meta, che sciogliessero l’intricata matassa che ci intrappolava il cuore e ci riportassero a casa così stanche da non cercare altro che il letto.

Quel pomeriggio di una domenica infame (le domeniche erano i giorni più difficili) scegliemmo La Finestra di Fronte di Ferzan Özpetek.
In una scena del film, Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) prese ad allacciare – o slacciare, non ricordo – i bottoni della camicia di Simone (Massimo Girotti), un uomo avanti con l’età, malato e preda di una confusa ondata di ricordi a cui dare un’ultima collocazione.
Era un gesto così semplice, al riparo da qualunque necessità narrativa, un gesto che sarebbe potuto tranquillamente passare in sordina; eppure, ancora oggi, rappresenta tutta la mia memoria del film.

Ricordo che piansi tutte le lacrime che mi tenevo dentro e che in un attimo fui catapultata ai piedi di mio padre: gli allacciavo le scarpe perché non riusciva più a piegarsi. Sarebbe morto da lì a poco, stanco e vinto da una malattia con cui combatteva da oltre un decennio.

Recentemente ho perso il mio amico Alberto.
Era un coscritto di Topolino, come amava dire di sé, e sebbene un lungo anno ci abbia visto lontani, ho sempre pensato a lui come a un padre putativo. Alberto era un uomo di cultura sconfinata e a briglia sciolta, amava condividere e ascoltare, amava brindare con calici di bianco rigorosamente pétillant ed era attaccatissimo alla vita. Aveva conosciuto tutti, lungo la sua carriera di intellettuale: un giorno gli dissi che amavo alla follia Scerbanenco e lui mi rispose con un aneddoto, al solito parecchio esilarante, sul loro incontro.

Con la sua morte ho capito. Ho capito che lui era la perfetta continuazione di mio padre Giuseppe e ho ipotizzato con tenerezza che il nostro incontro, avvenuto in un bar della zona in cui abito, fosse un piano studiato a tavolino dal mio padre biologico: da un supposto Paradiso, era sicuramente lui ad avere architettato un passaggio di consegna tanto perfetto! Mio padre voleva il meglio per me e così aveva scelto una persona che potesse farmi crescere.

Alberto ha alimentato la mia curiosità, creduto profondamente in me e nelle mie potenzialità e tifato per tutti i sogni che avevo nei mille cassetti sparsi per casa. Ha parlato una lingua ricercata, mi ha fatto sentire spesso mancante ma mai limitata, mi ha spinto a voler costruire un cammino fatto di parole e di speranza.

Il mio secondo padre se n’è andato e io mi sono nuovamente trovata nel buio di una sala cinematografica, questa volta con la mia preziosa amica Marilena.

Una delle cose che riesce meglio a Marilena – oltre a tempi comici perfetti che mi fanno sempre piegare dalle risate – è la gioia incredibile e materna con cui condivide la bellezza.

Lei è il mio porto felice di scoperte e stupori ed è per questo che quando mi ha invitato alla visione di Tutto quello che vuoi, un film che avrebbe previsto l’incontro con il suo regista Francesco Bruni, ho detto subito di sì.

L’evento era organizzato da Long Take (teneteli d’occhio, sono bravi e promettenti) al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano.

A dispetto della lunghissima premessa, è di questo film che vi voglio parlare. 

Andatelo a vedere. Cercate una sala della vostra città che lo proietti e non perdetelo. La programmazione dei film nei nostri cinema può essere fagocitante, quindi non perdete tempo: cercatelo.

In questo film troverete nuovamente una camicia che viene abbottonata.
Un dettaglio significante, in un film intimista e al contempo generoso, solare, intelligente; capace di destreggiarsi tra una storia come tante e la Storia (con la S maiuscola) in modo fluido e consapevole.

La camicia è quella di Giorgio (un Giuliano Montaldo a dir poco immenso), un poeta ottantacinquenne perso nei grandi buchi di una Memoria messa a dura prova dall’Alzheimer, le mani che la abbottonano sono quelle Francesco (Andrea Carpenzano), un ventenne trasteverino che sulla carta sembra essere destinato a un destino di violenza e distruzione.

Il loro incontro è capace di generare cortocircuiti emozionanti e rivelatori. Questa amicizia sconclusionata (già felicemente interrogata in Scialla – primo film di Bruni, che trovate anche su Netflix) racconta di quanto siano soprattutto le relazioni umane – con i loro difetti di progettazione, con la presenza, l’ascolto e la ricerca di linguaggi comuni – a spingere le pesanti montagne del destino, a ribaltare condizioni che sembrano scritte sul libro dell’Inevitabile.

Oggi i giovani si trovano subissati di messaggi sullo stile del “se vuoi, puoi”, a tutti viene chiesto di vivere con pienezza il loro “qui e ora”. Nel tempo, la socialità virtuale, i discorsi di certe figure pubbliche e persino la pubblicità hanno costruito – in modo reiterato e spesso chirurgico – uno storytelling basato su questo concetto della volontà e della presenza a se stessi.

Per carità, siamo di fronte a messaggi del tutto condivisibili, chi potrebbe asserire il contrario?

Spesso, però, ho la sensazione che questi appelli siano formule vuote con cui allenare la propria presunta autorevolezza.

Senza la certezza di un domani che possa dirsi, se non solido quantomeno plausibile, senza gli strumenti per ipotizzare un cambiamento, un’evoluzione, la ricerca di una strada propria, in un mondo in perenne definizione di dati “da inserire nella propria bio”, questi appelli risultano vuoti, consolatori molto più per chi le scrive che per i loro ipotetici destinatari.

Il punto di vista di Bruni in questo senso è illuminante: colui che regala gli strumenti a Francesco sarà Giorgio, un uomo intrappolato nell’ultimo capitolo del libro della sua esistenza.

Un padre putativo senza la benché minima traccia di hic et nunc che si possano dire tracciabili, che ha perso i parametri più certi – quelli che l’avrebbero reso più solido e utile agli occhi della società – per ritornare a uno stato di confusionaria leggerezza – una leggerezza pensosa, come direbbe Calvino – a uno slancio infantile e vivido, il più reale di tutti. Un uomo che per non cedere alla disperazione ha inciso le pareti color cremisi del proprio studio con i versi di una lunghissima poesia che sembra un messaggio atavico, una lunga lettera rupestre.

Non credo che sarò mai grata abbastanza a Bruni per questo film.

Dentro ci troverete tutta la magnifica imperfezione che è in grado di creare la vita, con i suoi fastidiosi paradossi e le sue improvvise occorrenze.
Ci troverete la semplicità dei sentimenti più profondi, il tenace desiderio dell’Uomo di restare appeso alla Memoria, la divertente tendenza dei disperati a fare di necessità virtù (che ha mirabilmente alimentato la tradizione e le storie del nostro cinema patrio), la gioia dell’amore e della presenza tra persone che non condividono lo stesso sangue.

Riderete e piangerete.
Uscirete dal cinema con la sensazione tutta bambina di volerne ancora e ancora.

Fatemi aggiungere solo un ultimo pensiero.
Questo film ci parla di Poesia. I versi di Giorgio sono stati scritti da Simone Lenzi, anima e voce dei Virginiana Miller, con all’attivo una grande e felice frequentazione con le parole scritte (dal suo romanzo d’esordio, La Generazione, venne tratto Tutti i Santi Giorni di Paolo Virzì, con la sceneggiatura dello stesso Bruni –> su Netflix).

Nel film si racconta la Poesia salvifica, quell’ondata improvvisa che bussa alla porta del nostro vissuto in un giorno come tanti e ne smussa gli angoli, armonizzando anche i tentativi più goffi e fallimentari; che non chiede mai di essere capita o analizzata ma solo respirata a pieni polmoni.

Se ci pensate, capita così con tutte le cose più incredibili e immortali della vita: spesso la loro presenza non è funzionale ma visceralmente necessaria e ineliminabile.

Tutto quello che vuoi: e fu quello il saluto
Tutto quello che voglio alla fine l’ho avuto.
da “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni (2017)

Buona giornata a tutti,
Camilla
Zelda was a writer

5 pensieri su “Tutto quello che vuoi

  1. Michela

    Non so se è perché è luglio che non c’è ancora nessun commento a questo post (e so che non ha importanza che non ci siano commenti, sia chiaro) ma mi sono stupita! È davvero intenso, ci sono dentro tante cose e magari mi ha colpito anche perché quella dimensione di “dita che allacciano bottoni altrui” mi è stata familiare qualche tempo fa e… E.
    Ciao Camilla, adoro come scrivi e quel che scrivi, un abbraccio e buona estate!!! :)

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  2. Laura

    Bellissima recensione un solo appunto, il protagonista si chiama Alessandro e non Francesco. Strano hai fatto lo stesso transfert di Giorgio, che però lo chiamava Carlo.

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  3. Claudia tessarolo

    Da un po’ non ti leggevo, non venivo a trovarti tra le tue pagine virtuali, chissà perché. Forse troppo presa dalla quotidianità.
    Poi la voglia di informarmi sul libro per il Bookeatereclub mi ha riportata qui.
    Che belli gli occhi di tuo padre, sorridenti sono proprio come i tuoi.
    Grazie per ogni parola Claudia

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