20 giugno 2017

Le Città Invisibili: Valdrada e il diritto all’oblio

Camilla - Zelda was a writer

le città invisibiliRecentemente, grazie ad Activia, ho ripreso in mano Le Città invisibili. Quello che ne è nato è stato tanto bello e soddisfacente che oggi ho deciso di parlarvene! 

In pratica, in occasione del lancio di Activia da Bere (lo yogurt da bere che esce dal frigo e ti segue per ben quattro ore), abbiamo attraversato la città comodamente seduti su un tram cittadino e, per ben due sessioni, abbiamo parlato di questo libro senza tempo.

Le Città Invisibili continua a rispondere alle mille domande sospese di ognuna delle generazioni che, dal 1972 a oggi, si è tuffata tra le sue pagine e ha deciso di concedergli la più completa fiducia, viaggiando con lui attraverso 55 città immaginarie e piene di fascino.

Si tratta di un libro paziente e generoso, non semplice nella sua forma ma sempre disposto a cambiare prospettiva, a parlare nuovi linguaggi, a raggiungere il suo lettore a metà strada.
Immagino sia questo il motivo per cui oggi viene ancora tanto studiato, immagino che si torni a lui per la sua sorprendente attualità e che lo si ostenti con tanto orgoglio perché appare come un libro nobilitante, un oggetto prezioso che aggiunge valore ai nostri giorni. 

Le Città invisibili: Valdrada e il diritto all'oblio

da “Seeing Calvino”: Valdrada di Joe Kuth – 13th, 2014

Proprio mentre lo ripassavo per il nostro doppio incontro sul tram di Activia, mi sono imbattuta nella città di Valdrada (la trovate alla fine del terzo capitolo) e ho pensato parlasse di noi, con una tale precisione da lasciarmi senza fiato.

Valdrada è una città che si affaccia su un lago. Il viaggiatore che vi arriva vede due città: una che si erge sopra il lago e l’altra, speculare, che vi è riflessa. Non esiste oggetto o luogo che non sia riflesso nel lago: Valdrada è stata costruita perché anche l’interno delle case, i soffitti, i pavimenti e  persino gli specchi degli armadi siano visibili.

Gli abitanti di questa città doppia “sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare (…) e questa coscienza vieta loro di abbandonarsi per un solo istante al caso o all’oblio“.

Valdrada è molto simile alla nostra vita riflessa nei social network.

Qualcuno di famoso, tempo fa, ci aveva promesso 5 minuti di fama ma nessuno si è mai preso la briga di spiegarci che già dal minuto 2 saremmo stati proprietari di due esistenze: quella vissuta e quella raccontata. Due vite in cui niente, come suggerisce con acume Calvino, può essere lasciato al caso o all’oblio.
le città invisibili

Ecco introdotto, in un libro degli anni ’70, il diritto all’oblio: tutelare il passato di una persona in modo che questo non comprometta in modo fallace e distruttivo il suo presente.

Il diritto all’oblio è un fatto fondamentale, sempre più messo in difficoltà dalla situazione attuale: socialità virtuale, diffusione di smartphone e, in generale, una certa impreparazione al rispetto degli spazi altrui (anche da parte di chi dovrebbe avere una ferrea deontologia a cui attenersi) rendono labili i confini della buona creanza.

Dove termina il lecito, il diritto di cronaca, il bisogno di svelare verità importanti per la collettività e dove, invece, si invadono lo spazio e la vita altrui? Siamo tutti chiamati a svelare importanti verità? È uno smartphone che ci autorizza a farlo?

Non saprei rispondervi. Certe “malefatte” non sarebbero mai saltate agli occhi di tutti se un individuo tra tanti – forse non il più preparato e nemmeno il più consapevole – non si fosse trovato nel luogo e nel momento giusto, con la prontezza di filmare e condividere quello che i suoi occhi stavano vedendo.
le città invisibili

Ma se a tutti è concessa la possibilità di essere testimoni, non è forse vero che a tutti dovrebbe essere promessa la certezza dell’oblio?

La signora canadese che qualche giorno fa inveiva dalla sua sedia a rotelle contro un malcapitato commerciante cinese, ripresa da un adolescente che ha condiviso sulla rete la sua totale mancanza di umanità, era una razzista della peggiore specie o una donna che aveva sbagliato clamorosamente?
Quanto peserà nella sua vita il suo attimo di follia ripreso e condiviso con il mondo?

Siamo tutti bravi a ridere o a scagliarci contro filmati che testimoniano i capitomboli del nostro essere imperfetti e fallaci. Ma siamo in grado di capire la portata dei danni che la viralizzazione di certi video o di certe foto può avere sul vissuto di qualcuno?

E se quelli coinvolti fossero i nostri padri, le madri, i figli? [Ogni volta, e senza paura di annoiare, rimando al mio articolo su Tiziana Cantone che anche in questo caso mi sembra molto pertinente].

Se fossimo noi i protagonisti inconsapevoli, le vittime di un obiettivo nascosto, i colpevoli messi alla gogna?
Cambierebbe qualcosa?

La signora canadese, forse, nella vita di tutti i giorni continua a comportarsi come avviene nel video o forse la sua condotta è stato il risultato sbagliatissimo di una giornata nata storta.
Questa seconda opzione non allevia di certo la gravità delle sue azioni ma ci mette di fronte a una necessità importante: il diritto a un tempo tutto nostro di rielaborazione e silenzio.
Ognuno di noi, anche l’ultimo dei reietti, merita un tempo sospeso, in cui lavorare o meno sulla propria “redenzione”. Un tempo per decidere chi diventare, un tempo per essere l’alleato del proprio errore o il suo più grande detrattore.

In un saggio bellissimo, complesso e ancora attuale, André Bazin ci raccontava del protagonista di un film che, caduto sotto la furia di un toro indemoniato, si trovava a morire ogni sera: il video mummifica il reale, lo rende pronto a essere riproposto all’infinito, amplificandone l’ondata emotiva che porta con sé.

La serializzazione di certi contenuti ha la medesima portata: da una parte ingrandisce l’atto testimoniato, dall’altro ci porta a pensare che non esistano attenuanti, che quella testimonianza valga per sé, senza un prima e senza un dopo.

Può essere che all’inizio di questa nuova vita riflessa nel lago di Valdrada fossimo tutti più ingenui e impreparati. Io stessa sento di non potermi dire totalmente esente dalla critica che muovo in questo post. Ma il tempo è passato e tante sono le vittime cadute dalle maldicenze e la pochezza della piazza virtuale del web.

Ritorniamo a considerare l’oblio un diritto inalienabile.
Iniziamo a ricordarci che uno smartphone è una responsabilità grande. Lo sono le parole, lo sono certe foto che bruciano più di una condanna all’ergastolo.
Raccontiamolo ai nostri figli, cerchiamo di batterci perché venga impartita loro una cultura dell’empatia e del rispetto.

E poi diamo un nuovo valore agli errori: non si è disposti ad ammetterlo con leggerezza ma molta parte della nostra perenne rinascita passa da loro. 

 

grecale città invisibiliLe Città Invisibili di Italo Calvino
(Oscar Mondadori)

Per conoscere il progetto “Seeing Calvino” —> qui.
Il sito di Isabella Angelantoni Geiger è qui.
Il segnalibro con la barchetta è della me “Cartolaiah”.

Questo post è il risultato di una collaborazione con Activia di cui vado molto fiera. 
Grazie, come sempre, per il sostegno che dimostrate al mio lavoro.

1 giugno 2017

Ti racconterò la complessità perché ti meriti il meglio

Camilla - Zelda was a writer

Complessità e web | Zelda was a writerLeggo sempre più spesso e con crescente preoccupazione status riottosi e postulanti sui vari social, status che ipotizzano scenari e propongono soluzioni per fatti francamenti inspiegabili o per materie che implicano conoscenze acquisite solo dopo molti anni di studio, con grande  abnegazione e fatica.

Molti di voi mi potranno dire che uno status su un profilo personale non può danneggiare nessuno perché, come una qualunque conversazione da bar, riguarda poche persone, attestandosi sulla soggettività tipica di un’opinione. Altri sosterranno che la velocità con cui le timeline passano dalla gif di una nonna che balla in mezzo alla strada a un fatto di politica interna o estera sia la chiara dimostrazione di quanto alla fine certi pensieri passino e, passando celermente, in fondo non facciano male a nessuno.

Fermo restando che le chiacchiere da bar e la logica del piccolo paese nei secoli hanno prodotto guai dalle proporzioni colossali, la cosa che mi sconvolge di più, in genere, è sentir dire: “non saranno le mie parole a cambiare le cose”.

Purtroppo non è così, le parole cambiano le cose. O meglio, cambiano il modo di guardarle e, in un momento tanto virtuale e oscuro, sospeso e straziato come il nostro, questo fatto vuol dire moltissimo.

Uno status (postulante e riottoso, mica tutti!) gira e, mentre lo fa, fomenta idee sbagliate, odio di varie forme, ciechi sentimenti di rivalsa e tanta, tantissima violenza. Tanti status (sempre del tipo ipotizzato in apertura di post) generano confusione e spesso allarmismo, lavorano sull’impatto emotivo che sono in grado di produrre e si dimenticano delle sue conseguenze.

Il modo di percepire il web e le sue opinioni per tanta parte di noi è lo stesso con cui molti americani, ascoltando la radio quel famoso 30 ottobre del 1938 (e, nella fattispecie, ascoltando il mio adorato Orson Welles), pensarono davvero fossero arrivati i marziani. Il tempo è passato, certo, e noi siamo senza dubbio più smaliziati e pronti ma il sentimento del web come una grande mente che pensa e produce, come un esercito in grado di scatenare l’impensabile e di irreggimentare il nostro vissuto è rimasto pressoché intatto. Ed è pericoloso. Molto più di quanto si sia disposti ad accettare.

Non mi riferisco solo al caso di Tiziana Cantone (ne ho parlato qui), alla recente tragedia di un giovane condannato dal web per un’accusa di pedofilia del tutto infondata, alle varie forme sul tema “bullismo” o “body shaming“.

C’è un mondo di parole scritte e lasciate correre nell’etere che meriterebbe la nostra attenzione.

Recentemente mi è stato detto che ho un dovere verso chi mi legge perché, in fondo, rappresento un modello. È paradossale ma, per quanto mi riguarda, questa affermazione è tanto vera quanto fallace.

Rappresento un modello, è vero, ma lo rappresento come tutti voi.
Sono le nostre azioni a far sì che tutte le parole che spendiamo in maniera variabile durante il giorno abbiano più o meno sostanza.

Non rappresento un modello per i numeri dei miei canali o per una supposta e non acclarata forma di autorevolezza ma per tutte le volte in cui, per esempio, decido di sospendere il giudizio e di fare silenzio, per tutte le volte in cui mi chiedo se una mia azione possa danneggiare in qualche modo qualcuno, per tutti i momenti in cui accetto di ascoltare invece di dire la mia. 

In questo senso, siamo tutti dei modelli: la nostra risposta alla vita scatena reazioni, domande e altre risposte.

Chi ama i libri sa che il reale non sarà mai un fatto unico, facile, catalogabile. La realtà è una matassa intricatissima di opzioni e spesso il nostro desiderio di sistemazione racconta di quanto sia difficile averla tra le mani per iniziare a intrecciarla, per darle un senso, una forma.

Spesso chiediamo all’arte di raccontarci la vita, i suoi misteri, la sua spiazzante incoerenza e spesso l’arte risponde con altrettanta confusione, con nuovi livelli di significato, con nuove domande aperte. Lo fa per tanti motivi, forse perché il migliore modo per rappresentare qualcosa di confuso e poliforme è abbandonarsi a esso.
Io ho sempre pensato, però, che in questa modalità esista anche una forma di grandissimo rispetto per chi fruisce: Non ti racconterò mai cose facilitate, non metterò i sottotitoli, non ti condurrò nel tunnel per mano – sembrano dirci certi scrittori, registi, artisti figurativi – perché in tal caso ammetterei la tua incapacità intellettuale ed emotiva ad afferrare il complesso.

Ti racconterò la complessità perché ti meriti il meglio.

Chi ama i libri sa che le parole vanno usate con grande attenzione. Che un commento ferisce e condanna, che sentenziare equivale a uccidere.

Chi ama i libri ha conosciuto le vittime, i capri espiatori, le motivazioni più traballanti per fatti oscuri e innominabili. La vendetta del conte di Montecristo, la spietatezza di Emma Bovary, il delirio di onnipotenza di Julien Sorel. Prendete uno a caso dei personaggi – parecchio stronzi*, ammettiamolo – di Balzac, non perdete l’occasione di farvi un viaggio nella vita del Bell’Antonio o del Bel Ami di Maupassant. Il padre di Arturo Gerace era solo un cattivo padre? Giovanni Drogo era un pavido? Gervaise Macquart come potremmo catalogarla: inetta, ignorante o semplicemente spacciata? E Thérèse Raquin, era una maliarda e poco altro?

Ecco alcuni esempi – pochissimi – di quanto non sempre una reazione coincida con un’analisi ineccepibile, facile, matematica. Moltissimi personaggi della letteratura ci dicono che la loro vita non è mai stata il risultato di dati esigui e certi ma la somma di mille concause, il risultato di contingenze, incastri e un certo grado di volontà.

Con queste parole non vi invito a sospendere il giudizio ma a regalargli moltissima della vostra fiducia e del vostro rispetto, alimentandolo con mille domande aperte e non confinandolo mai in una regola certa.
Modulatelo nel modo più consono, pensate lungamente quanto possa influenzare gli eventi o quanto sia solo aria fritta che non produce altro che scoramento e confusione.

Fatelo nella piena consapevolezza che sia un tesoro troppo prezioso per essere disperso in un mare pressapochista e troppo spesso – volutamente – procelloso.

Buona giornata a tutti!
Camilla
Zelda was a writer

* qui ci voleva la parolaccia

23 maggio 2017

Salus per Verba: libri e benessere!

Camilla - Zelda was a writer

Salus per Verba | Zelda was a writerQuando sono stata chiamata da Qc Terme per occuparmi di SALUS PER VERBA, un progetto legato al rapporto tra libri e benessere durante ai giorni del Salone Internazionale del Libro, non ho avuto dubbio alcuno: ho risposto un lunghissimo e appassionato sììììììììììì.

Cercare libri durante la fiera, avventurarsi tra gli stand, stringere le mani ad autori ed editori e poi ritrovarmi a parlarne in piena QC Terme Torino, tra il verde croccante delle fronde e il rumore salvifico dell’acqua, nel pieno di un venticello primaverile che accarezzava i capelli, con in mano Green pages, il cocktail pensato per noi da Veuve Clicquot, e le ostriche di Red Oyster Italy… 

Non ve lo chiedo neanche: non si poteva volere di più. È fatto certo.
Salus per Verba | Zelda was a writer

I libri stanno bene in qualsiasi contesto ma, da subito, ho capito che quello di QC Terme, così legato alla cura di sé, sarebbe stato perfetto.

Perché? Per prima cosa non credo esistano compagni di relax migliori dei libri: solerti se richiamati all’ordine, sanno essere anche molto silenziosi; cosa che ritengo essenziale per una sessione di rilassamento e cura di sé. Inoltre, con le loro storie di rivoluzione e rinascita, di umanità e speranza, raccontano meravigliosamente il tema del benessere.

Per questo, ero sicura che non avrei scelto manuali sul benessere ma storie: storie tristi e felici, storie di cammini e sentimenti, storie di uscita dal confine e di ritorno.
Storie, insomma: tutte le storie dell’Uomo.
Salus per Verba | Zelda was a writer
Salus per Verba | Zelda was a writer

Leggere serve. La cura di sé è fondamentale.

Entrambi gli ambiti ci consentono di staccare la spina della virtualità, mettono un pesante freno a un momento storico che ci vuole perennemente presenti e performanti, sempre alla ricerca di un risultato da ostentare, di un bel piatto da fotografare, di un panorama per cui farsi invidiare.

Entrambi avvengono nel silenzio più significante che si conosca, nell’attimo in cui niente si ferma ma tutto è concentrato sulla potenza del qui e dell’ora. Dell’attimo unico e irriproducibile in cui noi siamo presenti a noi stessi e intanto, magicamente, ci stiamo lasciando andare ad altro.

Ma torniamo a SALUS PER VERBA: l’evento di domenica sera è stato un sogno bellissimo!
Salus per Verba | Zelda was a writer

Ero talmente emozionata che oggi non avrei potuto raccontarvi niente, se non ci fosse stata  con me Justine de Le Funky Mamas.
Dice di essersi occupata della produzione del mio progetto, come spesso ci capita di fare l’una per l’altra, ma lei è molto di più di un braccio che produce: è la migliore complice che conosca e, tra le svariate competenze, è anche molto brava a raccontare attimi preziosi attraverso i video.
Ah, poi mi sopporta…

Eccolo qui, il suo resoconto della magnifica esperienza vissuta:

E ora – SQUILLI DI TROMBE!!! – ecco i sette libri selezionati per SALUS PER VERBA e i motivi della loro scelta:

Salus per Verba | Zelda was a writer

1. Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Nuova edizione accresciuta
di Ella Berthoud e Susan Elderkin (a cura di Fabio Stassi) – Sellerio

I libri curano malanni da secoli e secoli: sono arrivati in posti davvero impensabili, tra carcerati e persone con disagi mentali, tra vittime di bullismo e alcolizzati, tra chi aveva perso il significato dell’essere nelle cose del mondo e chi non riusciva a cancellare il ricordo di guerre e patimenti.
I libri hanno sempre dato a tutti una motivazione per continuare a cercare, per continuare a credere che qualcosa di magico potesse accadere, se non in questo capitolo, sicuramente nel successivo.

Salus per Verba | Zelda was a writer

2. L’Atlante delle Emozioni Umane
di Tiffany Watt Smith – UTET

Un piccolo scrigno di curiosità e un utilissimo compendio su quanto determinati contesti geografici, storici e sociali determino stati d’animo complessi e unici.
Adoro questo genere di pubblicazioni! Mi ricordano sempre che esistono tantissimi tipi di paure e di amore, di amicizia e di speranza: tutto dipende dal punto del mondo in cui ti trovi, in quale periodo storico hai vissuto. Insomma, adoro quando un libro mi dice: Camilla, non è che tutto giri solo attorno a te.
Sia chiaro: mi offenderei a morte se me lo dicesse qualcuno. Ma dai libri accetto tutto.

Salus per Verba | Zelda was a writer

3. The Wander Society. La Rivoluzione Creativa della Vita Quotidiana
di Keri Smith – Corraini

Il primo libro per adulti di Keri Smith, tutto dedicato a una (reale?) società segreta di animi erranti. Un bellissimo manuale per continuare a credere nel benessere come una forma di vita contemplativa,  dedita alla creatività più sconsiderata, lontana dagli scorni ottenebranti della routine.
(La spiegazione del termine WANDERLUST la trovate nel libro 2., a pagina 319).

Salus per Verba | Zelda was a writer

4. Il Libro del Mare. O come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone in un vasto mare
di Morten A. Strøksnes – Iperborea

Conosciamo tutto, i posti più remoti del mondo si raggiungono in una manciata di ore, se solo volessi potrei parlare con i miei lontani cugini giapponesi come se fossero qui, di fianco a me. E allora cosa ci spinge a cercare l’oltre? Cos’è questa sensazione di atavica e sconsiderata ricerca della frontiera da oltrepassare, dell’abisso da sondare, del misterioso da scoprire? Questa storia di amicizia e di ricerca ce lo spiega nel pieno di un mare in tempesta.

5. Umami
di Laia Jufresa – SUR

Umami, il quinto gusto che le cellule del cavo orale umano possono percepire ma è anche la storia corale di una corte sudamericana le cui case si chiamano con i nomi dei cinque gusti: Amaro, Acido, Dolce, Salato e, appunto, Umami. Una comunità come un cavo orale (ma quanto avrebbero da scriverci gli psicanalisti?!) che contiene e rilascia.
Storie di drammi e solitudini, storie di ripresa e di nuovi significati. A testimonianza di quanto il benessere sia profondamente connesso con un equilibrio da interrogare sempre, precario e in perenne ricerca di sé.

Salus per Verba | Zelda was a writer

6. Un complicato atto d’amore
di Miriam Toews – Marcos y Marcos

La sedicenne Nomi Nickel abita nell’East Village ma non è quello di New York, in cui si sentirebbe finalmente felice: il suo East Village è perso nelle pianure canadesi e l’unica attività che si registra è il massacro dei polli. 
Nomi ha perso la parte più bella della sua famiglia (mamma e sorella) e vive con il padre in una comunità di mennoniti (a suo dire la sottosetta più sfigata del mondo). Nomi una ragazza “stramba” e il suo sguardo anarchico e al contempo coinvolgente è il più bel regalo che si possa fare alla gioia dell’essere diversi.
Stare bene con se stessi, accettarsi, comprendere che nella propria diversità esiste una ricchezza inesauribile e irriproducibile… Ecco il motivo per cui ho scelto questo libro.

Salus per Verba | Zelda was a writer

7. Il Caso Malaussène. Mi hanno mentito
di Daniel Pennac – Feltrinelli

Daniel e Benjamin saranno con noi per il prossimo Bookeater Club di venerdì (tutte le info qui). No, non è vero: Daniel non sarà presente. Ci saranno “solo” le sue parole.

Ho scelto il suo libro per la capacità di raccontarci la pesantezza della realtà strappandoci sempre un sorriso. È questo che ci auguro, specie dopo i recenti fatti di violenza: ci auguro di non perdere mai la voglia di camminare nelle cose della vita con uno sguardo innamorato e fiducioso. Anche se chi alza la voce ci vuole fare credere il contrario, noi siamo la maggioranza. Noi siamo più forti.

Salus per Verba | Zelda was a writer

Grazie a tutti voi. Per aver letto questo post fino alla fine (impresa titanica!) e per l’entusiasmo con cui avete seguito questa avventura chiamata SALUS PER VERBA!

Grazie a QC Terme per avere investito sulla cultura, per averlo fatto in un modo tanto dolce e appassionato. Per l’accoglienza da regine, per la gentilezza e l’entusiasmo. Grazie per la fiducia nelle nostre intuizioni.

Grazie a Beatrice e Maura per il trasporto e la convinzione. Grazie con il migliore dei miei sorrisi.

Grazie sempre a Justine, grazie a Rossella e Giulia. Siamo brave e dannatamente belle.
Camilla
Zelda was a writer

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#SALUSPERVERBA ora aspetta solo di girare per il mondo, per esportare benessere, parole scritte e sorriso. Dico bene?

3 maggio 2017

La geografia della scusa: una citazione e un libro

Camilla - Zelda was a writer

Siamo sempre e solo
di dove vogliamo essere
e il resto è semplice
geografia della scusa. 

In questi anni sono successe tante di quelle che cose che ogni tanto devo fermarmi e chiedermi se sia capitato tutto davvero, se sia umanamente possibile un profluvio di tanta e tale vita, di intuizioni, di cose fatte con le mani, cose dipinte, scritte e lette, dette e ascoltate. Tutto qui, tutto dentro e attorno a me.

Non mi riferisco a successi roboanti o a fatti fantasmagorici ma a una serie fitta fitta di passi che, nella mia mente assetata di possibilità, mi sono sempre sembrati complessi; auspicabili, certo, ma non per forza realizzabili.

Sognavo di scrivere, di riprendere in mano il lavoro che avevo perso e che amavo follemente, di credere profondamente – contro l’urgenza delle bollette che battevano contro i tubi dell’acqua e attraverso i fili della luce – che potessi vivere di cultura, di contenuto e fantasia.

È stato difficile e sfibrante. Lo è ancora.
Non vivo bene tante di quelle cose che se iniziassi a elencarle qui rischierei di tediarvi senza possibilità di arrivare al punto. E io voglio davvero arrivare al punto. 

Ad oggi ho realizzato un cammino bellissimo e mi aspetto che siano ancora tanti i passi da compiere, i panorami da ammirare, le mani da intrecciare e i cuori da sentire battere all’unisono.
Ho un mondo parallelo di milioni di progetti da realizzare e ogni volta che sento la fatica gestionale della mia professione, la pressione burocratica, il gioco al ribasso con cui sono trattate la maggior parte delle cose che mi stanno a cuore, io mi ci tuffo a piene mani, con le braccia tese, pronte a liberare la prima e liberatoria bracciata di quando incontri il mare dopo tanti mesi.

In questi anni non ho più scritto il secondo libro che sognavo. Scrivo sempre tantissimo, scrivo nella mia mente. Storie e parole non hanno mai smesso di fluire, salvandomi quando pensavo che il vuoto fosse troppo grande, che certi strappi avessero bisogno di troppo filo per essere ricuciti degnamente.

Arrivo al punto, datemi ancora qualche riga.

Oggi in cartoleria trovate FARFALLE IN UN LAZZARETTO, il mio primo libro (qui potete leggere la sua storia). Il primo e imperfetto passo nella storia della me che scrive.
Un tentativo a cui sono ancora molto affezionata e che, nonostante tutta la vita passata nel mezzo, amo ancora che giri per il mondo.

In questi anni, una sua frase è stata diffusa all’inverosimile, perdendo inevitabilmente il contesto da cui proveniva.

Siamo sempre e solo di dove vogliamo essere e il resto è semplice geografia della scusa è la frase che chiude la storia d’amore di Agata e Marco, due scrittori che ambiscono a vivere un’esistenza da libro. Non un libro qualunque, il migliore ipotizzabile.

Mi è dispiaciuto?
No e per ben due motivi! Quello che considero uno dei miei padri putativi, Walter Benjamin, è il padre (biologico) del citazionismo… Potevo forse deluderlo?
Inoltre, chiunque scriva spererà sempre che le tue parole a un certo punto volino via da lui, regalando un significato sempre nuovo a chi le trova e le fa sue.

Ok, rifaccio. Mi è dispiaciuto?
Sì. Lo ammetto, quella volta in cui mi avete mandato il link di un articolo in cui un giornalista aveva usato quelle stesse parole come fossero farina del suo sacco non l’ho presa benissimo. 

Molti sostengono che il fatto di venire citati sia un grandissimo complimento che si fa alle parole e, di conseguenza, a chi le ha scritte. Sono d’accordo al 100%.

Credo, però, che il più grande complimento che si possa fare alle parole e a chi le scrive sia di condividerle cercando di creare una connessione, un legame, un ritorno.

Il punto è questo: le citazioni arrivano da luoghi di varia natura. Spesso sono libri.
Chi scrive libri spera, per tutta la vita spera di venire letto e compreso. Chi scrive libri impara ad accettare che quello che fa possa non piacere affatto. Sa che il non piacere a tutti ma proprio a tutti significa avere carattere, o perlomeno essere fieramente impegnati nel costruirselo. E lui fa quello che può: ci sia aggrappa come fosse l’ultimo appiglio per la sua salvezza.

Il punto è questo: ogni volta che ricongiungete una citazione al suo libro voi accendete l’interruttore di chi – tenacemente e senza posa – passa la sua vita a sperare.

Buona serata a tutti,
Camilla
Zelda was a writer

Cartoleria –> shop.zeldawasawriter.com

2 maggio 2017

Un regalo di colore e di cultura

Camilla - Zelda was a writer

Waxewul | Zelda was a writerGiovedì sera, alla fine del BookeaterClub, Francesca è arrivata con un pacchettino per me.

Francesca è l’anima di Waxewul, un progetto che amo alla follia e di cui mi ero ripromessa di parlare mesi fa. Anzi, a dirla bene e proprio tutta, ho in bozze un post dedicato al suo sogno di colore e contenuto, scritto da Azeb e mai pubblicato per mancanza di foto che rendessero onore al testo. Foto che, mannaggia, dovevo scattare io… Mentre leggete queste parole, immaginatemi a capo chino e in ginocchio sui ceci. 
Waxewul | Zelda was a writerRecupererò quanto prima ma l’importante è essere qui, oggi, in questa improbabile ora del giorno (mai scrivere un post dopo una certa ora del mattino, dicono gli esperti) a dirvi che Francesca mi ha fatto un regalo incredibile: mi ha permesso di calarmi in una cultura molto distante dalla mia, di renderla parte integrante del mio vissuto, di giocarci, di camillizzarla.

Waxewul fa questo: ti regala storie. Storie di provenienze e radici. Ti fa tanto innamorare del suo prodotto da volerne diventare parte attiva, da volerlo indossare come fosse traccia di un magico percorso, alfabeto di un messaggio atavico e prezioso.

È molto di più che moda. È cultura, è un lavoro bellissimo sulla memoria e sulla tradizione.
Waxewul | Zelda was a writerE così ho ricevuto il mio primo vero headwrap.

Come indossarlo? – mi sono chiesta. Non ne avevo la benché minima idea.
Siccome sono una noiosissima perfettina, mi sono sparata un’ora di tutorial tenuti da pazienti donne color ebano che, con invidiabile maestria, arrotolavano tessuti di ogni tipo attorno alla loro testa.

A un tratto, è come se avessi perso di vista il tessuto per concentrarmi su un fatto semplice e al contempo prezioso: non ci sono differenze nel nostro desiderio profondo di piacerci e di piacere. Cambiano le modalità, forse, ma non i meccanismi, non la speranza di regalarci, di sentirci coinvolti e amati.

Di fronte a quelle donne color ebano, la donna color lime che vi scrive all’improvviso si è riconosciuta e ha sorriso di cuore.

È stato in quel momento che ho capito: ho lasciato i tutorial e ho improvvisato. Quello che vedete nella foto è il risultato – forse non perfetto ma decisamente saldo – prodotto sul mio testone.

Il tessuto che vedete si chiama Java, me l’ha scritto Francesca: arriva dal Senegal e raffigura un magnifico pattern di pavoni nella massima estensione della loro bellezza.
In Occidente il pavone viene associato alla vanità mentre in Africa è simbolo di rinascita.
Quando ho letto la spiegazione di Francesca mi sono commossa perché in questo periodo sto lavorando silenziosamente proprio alla mia rinascita.

Waxewul | Zelda was a writerNel pacchetto ricevuto c’era anche il quadretto che vedete qui sopra, raffigurante una donna chiamata Awa.
La tecnica usata per realizzarlo si chiama “Souwere” e viene sempre dal Senegal. In pratica, il soggetto viene dipinto sotto il vetro, credo al contrario, con una perizia e un amore per il particolare davvero incredibili.
Waxewul | Zelda was a writer

È questo che si dovrebbe fare sempre di più con le cose lontane: cercare di avvicinarle, dare loro il benvenuto nella nostra esistenza, fare in modo che ci accrescano, che ci rendano cittadini non solo dei nostri (ahimè labili) confini ma di tutto quello che contribuisce a raccontarci, a renderci unici e al contempo simili.

Grazie a Franci, grazie con tutto il trasporto di cui sono capace: progetti come il suo mi rimettono al mondo. Progetti come il tuo mi fanno sperare.

Buona serata a tutti,
Camilla
Zelda was a writer

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