18 settembre 2017

The 100 Years Show

Camilla - Zelda was a writer

The 100 Years Show | Zelda was a writer

ph. credits: arthive.com

Qualche settimana fa, su Netflix, mi sono imbattuta in The 100 Years Show, un documentario breve ma intenso sulla vita dell’artista di origine cubana Carmen Herrera.

Era da giorni che mi ripromettevo di parlarvene perché trovo che possieda una grande carica di energia per tutti coloro che sono posseduti dal sacro fuoco della creatività ma che – come dare loro torto! – alternano fasi di grande slancio ad altre di bieca rassegnazione.

Carmen Herrera oggi ha 102 anni, più di sessanta dei quali passati a New York, e per quasi un secolo ha tenacemente risposto all’insopprimibile richiamo dell’Arte senza che nessuno – a parte il suo amatissimo marito Jesse Loewenthal – le tributasse una qualunque forma di stima e sostegno.

Il richiamo era più forte di ogni logica e del più nero scoramento. Vinceva sempre lui, in barba all’assenza di plausi e alla fatica del fine mese.
Ancora prima di qualunque consacrazione, degli agi, dei complimenti, per Carmen contava il fare. Un fare, tra le altre cose, poco chiaro ai più: astratto, minimalista e lontano anni luce dalla didascalia, dal coinvolgimento, dalla pacifica visione di panorami rasserenanti e impasti tenui.

The 100 Years Show | Zelda was a writer

ph. credits: arthive.com

Il suo instancabile lavoro astratto l’ha resa a tutti gli effetti un’esponente di punta del minimalismo americano degli anni ’60 ma, a differenza dei suoi colleghi uomini, Carmen è stata riconosciuta dall’expertise con un abbondante scarto di una trentina d’anni.

The 100 Years Show | Zelda was a writer

Carmen Herrera. 50 King Street, NY, pre-Paris period. Credit Carmen Herrera

Il primo quadro l’ha venduto a 95 anni e da quel momento la sua fama è cresciuta a dismisura, permettendole non solo di farsi conoscere al pubblico di appassionati ed esperti come tassello mancante di una corrente ormai parte integrante della Storia dell’Arte ma anche di continuare ad assecondare quel richiamo che non l’ha mai abbandonata.

The 100 Years Show | Zelda was a writer

ph. credits: arthive.com

La storia di Carmen Herrera ci racconta tantissime cose, alcune delle quali andrebbero appese al frigorifero, per ogni mattina in cui ci svegliamo vinti e neanche il caffè meglio riuscito riesce a ravvivare i nostri intenti più infaticabili e coraggiosi.

Innanzitutto ci suggerisce una volta di più che tutti i tasselli persi per strada dalla Storia (per volontà o dimenticanza) non sono meno importanti di quelli a cui si è conferita una collocazione onorevole e innumerevoli plausi.

Inoltre ci dice che il parere di chi analizza la nostra espressione creativo è contingente. Non voglio dire che sia da sottovalutare ma da prendere per quello che è: un parere – anche autorevole – in mezzo ad altri pareri, un’opinione da tenere in buon conto ma che non può in alcun modo svilire il nostro bisogno di continuare a provare, di credere in quello che facciamo, di rispondere senza indugio al canto delle nostre amate e odiate sirene.

The 100 Years Show | Zelda was a writer

ph. credits: whitney.org

La storia di Carmen Herrera ci insegna che il silenzio mediatico, i numeri calanti, la fama recalcitrante non sono affatto cartine al tornasole della nostra supposta e auspicata autorevolezza, della bravura o delle possibilità ma solo dati mancanti, spesso neanche i migliori alleati per creare. 

Perché c’è un fatto di cui si parla sempre troppo poco per i miei gusti: più sono alte le attese, più è incalzante il bisogno di non deludere le aspettative di una certa idea di noi, più è vitale rispondere agli appelli di chi ci fornisce le tre regole d’oro per essere i maghi dei un certo prestigio collettivo e meno sarà libero e feroce l’impulso, meno sarà vuoto il tempo molle della creazione, meno sarà chiaro il segnale che ci mandano le sirene.

The 100 Years Show | Zelda was a writer

Carmen Herrera with Jesse Loewenthal 1940s. Credit Carmen Herrera

The 100 Years Show | Zelda was a writer

ph. credits: the100yearsshow.com

Non si può fornire il risultato ancora prima di aver iniziato a prendere in considerazione l’equazione. Questa cosa non dovremmo dimenticarla mai.

C’è un ultimo fatto che vorrei sottolineare.
Nella storia di Carmen Herrera esiste un angelo custode: suo marito Jesse. Fu lui a insistere perché non buttasse mai via nessuna delle sue opere, lui che assecondò ogni suo guizzo creativo e che continuò a credere alla sua bravura senza mai cedere al dubbio.
I due coniugi non erano affatto benestanti e l’arte di Carmen non produceva alcun tipo di introito ma era il suo ossigeno, la sua più grande ragione di vita. E Jesse, che amava Carmen, voleva con tutto se stesso che lei la respirasse a pieni polmoni.

Trovo che questa vicinanza innamorata (non per forza coniugale) abbia un valore grandissimo: avere qualcuno dalla propria parte, qualcuno che tifi per noi in maniera sconsideratamente libera e generosa ha la capacità di influenzare il cammino di un animo creativo in modo decisivo.

Molto spesso si dice che presenze simili siano una fortuna del cielo, su cui la volontà può agire fino a un certo punto, ma con il passare del tempo ho deciso che non sono poi tanto d’accordo.

 

THE 100 YEARS SHOW 
(sitofacebook  – instagram – twitter)
su Netflix —> qui.

7 settembre 2017

La ricerca di un lieto fine

Camilla - Zelda was a writer

Domenica mattina, nelle mie perlustrazioni cittadine, ho trovato una fede nuziale in una pozzanghera. L’ho recuperata e ho prontamente cercato informazioni al suo interno.

L’anello riportava una data, 23 luglio 1966, e il nome di una donna, Vanna. Ho deciso che avrei tentato in ogni modo di ricongiungerla al suo legittimo proprietario.

Lunedì l’ho portata al bar nelle vicinanze della pozzanghera e ho chiesto di aiutarmi nell’impresa. Non avevo molte speranze sul suo esito ma per me era importantissimo tentare. 

A ripensarci, faccio davvero fatica a spiegarvi perché fossa tanto importante.
51 anni di vita insieme erano un fatto da festeggiare e da difendere e io avevo la matematica certezza che qualcuno la stesse cercando.
Non era stata gettata via, ne ero sicura. Era scivolata. Forse era caduta a causa delle odiose buste delle spesa, che si attorcigliano sempre attorno alle falangi e confondono tutto. Forse si era sfilata, in un giorno di freddo improvviso, un giorno che assottiglia le mani e fa ballare quegli stessi anelli che durante la stagione estiva si comportano come lacci emostatici.

Volevo che il marito di Vanna trovasse la sua fede.
Lo volevo anche per me, perché essere autori di una storia a lieto fine è quello che vorrei tanto per la mia vita e per quella di un numero ristretto ma importante di persone a cui voglio molto bene.

Lo volevo ma sapevo che sarebbe stato quanto mai improbabile.

Il bar ha esposto alcuni cartelli che indicavano di avere trovato un anello. Non c’erano tante specifiche: chi era al bancone si aspettava che il legittimo proprietario, una volta giunto per chiedere, avrebbe completato le informazioni mancanti.

Stamattina sono passata dal bar per puro caso e sono stata raggiunta da una bellissima notizia: un anziano professore che abita non lontano da lì, ha letto il cartello e ha finalmente ritrovato la sua fede nuziale. In un attimo, magico e inaspettato, la storia ha avuto il suo lieto fine.

Il professore ha regalato orchidee al bar e una bottiglia di vino al fiorista di fronte, si è commosso e ha avvertito la moglie che l’anello era stato ritrovato.

Sono davvero felice che una storia tanto sospesa abbia trovato il suo naturale e meritato lieto fine!

E se sono qui a raccontarvelo è per una serie infinite di ragioni ma la più importante, quella che mi sento di condividere in questo momento di invettive e di grandi scontri, di voci grosse e di pensieri drammaticamente svincolati dalla buona creanza e dal pudore, è la seguente: interessarsi agli altri – altri sconosciuti, altri che forse non incontreremo mai – non è un atto di carità ma il senso più profondo della nostra appartenenza alle cose del mondo.
 
È molto più del semplice “fare del bene”, è presenza piena e attiva nei nostri giorni, un esercizio costante all’empatia e al rispetto. E credetemi se vi dico che, sebbene il lieto fine che mi figuro per la mia vita e per quella di chi amo non sia ancora arrivato, la gioia di questo piccolo miracolo mi ha dato l’energia per continuare a crederci e a cercarlo.

Tutti vogliamo il lieto fine, tutti lo cerchiamo. Tutti siamo certi di possedere un foglio che certifichi la nostra legittimità nel bramarlo con tanta foga.

Forse non si dice abbastanza che una costante e disinteressata partecipazione alle storie degli altri rende la nostra la migliore delle narrazioni possibili. Sia essa un libro infinito che sembra non cambiare mai, sia un guazzabuglio di  microscopici capitoli, nervosi e incalzanti, che desiderano con ardore solo una degna conclusione.

Buona serata a tutti!
Camilla
Zelda was a writer

 

Nelle foto: MERAVIGLIA di Marco Balderi (tutte le sue incredibili creazioni le trovate qui)

13 luglio 2017

Tutto quello che vuoi

Camilla - Zelda was a writer

Nella poesia si ama chi ti pare, nella vita si ama solo chi ti sta accanto.
da “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni (2017)

Poco tempo dopo aver perso mio padre, finiti i giorni del dolore pieno, che ottunde le sinapsi e rende impossibile anche una cosa naturale come il respiro, andai al cinema con mia madre.

Allora cercavamo disperatamente di non pensare, di perderci in lunghissime e silenziose camminate senza meta, che sciogliessero l’intricata matassa che ci intrappolava il cuore e ci riportassero a casa così stanche da non cercare altro che il letto.

Quel pomeriggio di una domenica infame (le domeniche erano i giorni più difficili) scegliemmo La Finestra di Fronte di Ferzan Özpetek.
In una scena del film, Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) prese ad allacciare – o slacciare, non ricordo – i bottoni della camicia di Simone (Massimo Girotti), un uomo avanti con l’età, malato e preda di una confusa ondata di ricordi a cui dare un’ultima collocazione.
Era un gesto così semplice, al riparo da qualunque necessità narrativa, un gesto che sarebbe potuto tranquillamente passare in sordina; eppure, ancora oggi, rappresenta tutta la mia memoria del film.

Ricordo che piansi tutte le lacrime che mi tenevo dentro e che in un attimo fui catapultata ai piedi di mio padre: gli allacciavo le scarpe perché non riusciva più a piegarsi. Sarebbe morto da lì a poco, stanco e vinto da una malattia con cui combatteva da oltre un decennio.

Recentemente ho perso il mio amico Alberto.
Era un coscritto di Topolino, come amava dire di sé, e sebbene un lungo anno ci abbia visto lontani, ho sempre pensato a lui come a un padre putativo. Alberto era un uomo di cultura sconfinata e a briglia sciolta, amava condividere e ascoltare, amava brindare con calici di bianco rigorosamente pétillant ed era attaccatissimo alla vita. Aveva conosciuto tutti, lungo la sua carriera di intellettuale: un giorno gli dissi che amavo alla follia Scerbanenco e lui mi rispose con un aneddoto, al solito parecchio esilarante, sul loro incontro.

Con la sua morte ho capito. Ho capito che lui era la perfetta continuazione di mio padre Giuseppe e ho ipotizzato con tenerezza che il nostro incontro, avvenuto in un bar della zona in cui abito, fosse un piano studiato a tavolino dal mio padre biologico: da un supposto Paradiso, era sicuramente lui ad avere architettato un passaggio di consegna tanto perfetto! Mio padre voleva il meglio per me e così aveva scelto una persona che potesse farmi crescere.

Alberto ha alimentato la mia curiosità, creduto profondamente in me e nelle mie potenzialità e tifato per tutti i sogni che avevo nei mille cassetti sparsi per casa. Ha parlato una lingua ricercata, mi ha fatto sentire spesso mancante ma mai limitata, mi ha spinto a voler costruire un cammino fatto di parole e di speranza.

Il mio secondo padre se n’è andato e io mi sono nuovamente trovata nel buio di una sala cinematografica, questa volta con la mia preziosa amica Marilena.

Una delle cose che riesce meglio a Marilena – oltre a tempi comici perfetti che mi fanno sempre piegare dalle risate – è la gioia incredibile e materna con cui condivide la bellezza.

Lei è il mio porto felice di scoperte e stupori ed è per questo che quando mi ha invitato alla visione di Tutto quello che vuoi, un film che avrebbe previsto l’incontro con il suo regista Francesco Bruni, ho detto subito di sì.

L’evento era organizzato da Long Take (teneteli d’occhio, sono bravi e promettenti) al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano.

A dispetto della lunghissima premessa, è di questo film che vi voglio parlare. 

Andatelo a vedere. Cercate una sala della vostra città che lo proietti e non perdetelo. La programmazione dei film nei nostri cinema può essere fagocitante, quindi non perdete tempo: cercatelo.

In questo film troverete nuovamente una camicia che viene abbottonata.
Un dettaglio significante, in un film intimista e al contempo generoso, solare, intelligente; capace di destreggiarsi tra una storia come tante e la Storia (con la S maiuscola) in modo fluido e consapevole.

La camicia è quella di Giorgio (un Giuliano Montaldo a dir poco immenso), un poeta ottantacinquenne perso nei grandi buchi di una Memoria messa a dura prova dall’Alzheimer, le mani che la abbottonano sono quelle Francesco (Andrea Carpenzano), un ventenne trasteverino che sulla carta sembra essere destinato a un destino di violenza e distruzione.

Il loro incontro è capace di generare cortocircuiti emozionanti e rivelatori. Questa amicizia sconclusionata (già felicemente interrogata in Scialla – primo film di Bruni, che trovate anche su Netflix) racconta di quanto siano soprattutto le relazioni umane – con i loro difetti di progettazione, con la presenza, l’ascolto e la ricerca di linguaggi comuni – a spingere le pesanti montagne del destino, a ribaltare condizioni che sembrano scritte sul libro dell’Inevitabile.

Oggi i giovani si trovano subissati di messaggi sullo stile del “se vuoi, puoi”, a tutti viene chiesto di vivere con pienezza il loro “qui e ora”. Nel tempo, la socialità virtuale, i discorsi di certe figure pubbliche e persino la pubblicità hanno costruito – in modo reiterato e spesso chirurgico – uno storytelling basato su questo concetto della volontà e della presenza a se stessi.

Per carità, siamo di fronte a messaggi del tutto condivisibili, chi potrebbe asserire il contrario?

Spesso, però, ho la sensazione che questi appelli siano formule vuote con cui allenare la propria presunta autorevolezza.

Senza la certezza di un domani che possa dirsi, se non solido quantomeno plausibile, senza gli strumenti per ipotizzare un cambiamento, un’evoluzione, la ricerca di una strada propria, in un mondo in perenne definizione di dati “da inserire nella propria bio”, questi appelli risultano vuoti, consolatori molto più per chi le scrive che per i loro ipotetici destinatari.

Il punto di vista di Bruni in questo senso è illuminante: colui che regala gli strumenti a Francesco sarà Giorgio, un uomo intrappolato nell’ultimo capitolo del libro della sua esistenza.

Un padre putativo senza la benché minima traccia di hic et nunc che si possano dire tracciabili, che ha perso i parametri più certi – quelli che l’avrebbero reso più solido e utile agli occhi della società – per ritornare a uno stato di confusionaria leggerezza – una leggerezza pensosa, come direbbe Calvino – a uno slancio infantile e vivido, il più reale di tutti. Un uomo che per non cedere alla disperazione ha inciso le pareti color cremisi del proprio studio con i versi di una lunghissima poesia che sembra un messaggio atavico, una lunga lettera rupestre.

Non credo che sarò mai grata abbastanza a Bruni per questo film.

Dentro ci troverete tutta la magnifica imperfezione che è in grado di creare la vita, con i suoi fastidiosi paradossi e le sue improvvise occorrenze.
Ci troverete la semplicità dei sentimenti più profondi, il tenace desiderio dell’Uomo di restare appeso alla Memoria, la divertente tendenza dei disperati a fare di necessità virtù (che ha mirabilmente alimentato la tradizione e le storie del nostro cinema patrio), la gioia dell’amore e della presenza tra persone che non condividono lo stesso sangue.

Riderete e piangerete.
Uscirete dal cinema con la sensazione tutta bambina di volerne ancora e ancora.

Fatemi aggiungere solo un ultimo pensiero.
Questo film ci parla di Poesia. I versi di Giorgio sono stati scritti da Simone Lenzi, anima e voce dei Virginiana Miller, con all’attivo una grande e felice frequentazione con le parole scritte (dal suo romanzo d’esordio, La Generazione, venne tratto Tutti i Santi Giorni di Paolo Virzì, con la sceneggiatura dello stesso Bruni –> su Netflix).

Nel film si racconta la Poesia salvifica, quell’ondata improvvisa che bussa alla porta del nostro vissuto in un giorno come tanti e ne smussa gli angoli, armonizzando anche i tentativi più goffi e fallimentari; che non chiede mai di essere capita o analizzata ma solo respirata a pieni polmoni.

Se ci pensate, capita così con tutte le cose più incredibili e immortali della vita: spesso la loro presenza non è funzionale ma visceralmente necessaria e ineliminabile.

Tutto quello che vuoi: e fu quello il saluto
Tutto quello che voglio alla fine l’ho avuto.
da “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni (2017)

Buona giornata a tutti,
Camilla
Zelda was a writer

11 luglio 2017

La Valigia dei Libri delle Vacanze 2017

Camilla - Zelda was a writer

La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer

La Valigia dei Libri delle Vacanze 2017 è pronta, ci siamo (qui trovate quella della scorsa estate)!

Il ritardo è tanto e tale da essere ai limiti della puntualità, così come l’entusiasmo con cui vado a condividere una lista ragionata e assolutamente pensata per la mia valigia.

Spero che troviate libri utili anche per la vostra, spero che al ritorno dalle vacanze avremo modo di indugiare su uno o l’altro titolo!
Libri destinati a cambiarci per sempre, libri del cuore, feroci stroncature, delusioni cocenti, instancabile analisi delle parole più belle e famelico tuffo nei significati nascosti… Non è questo che rende la nostra passione da mangiatori di libri un fatto sempre nuovo e galvanizzante?!

Ma bando alle ciance, si comincia!!!
La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer
I primi tre libri della nostra lista sono:
1. La più amata di Teresa Ciabatti (Mondadori), secondo classificato al Premio Strega, dopo il nostro amatissimo Paolo Cognetti. Il fatto che si siano create due corpose fazioni di Cognettiani e Ciabatteschi (perdonate gli infelici neologismi) mi fa ritenere con matematica certezza che la lettura di questo potente memoir possa rappresentare un’occasione imperdibile.

So che la sua lettura non sarà affatto pacificante ma mi interessa il rapporto tra finzione e realtà: la Ciabatti, infatti, racconta del suo rapporto con il padre Lorenzo, primario dell’ospedale di Orbetello; amato e temuto dai più, l’uomo nasconde una vita parallela che la figlia, per caso e poi per necessità, inizierà a indagare con coraggio e determinazione.

2. L’arte della fuga di Fredrik Sjöberg (Iperborea). Mi sono fidata di Belpoliti che, sulle pagine de L’Espresso, consigliava la lettura di questo libro comodamente spaparanzati su un prato, con il solo rumore dello sfarfallare degli insetti.

La storia è gustosa e croccante: se vi conosco come vi conosco, ve la mangerete in un sol boccone!
Vi verrà chiesto di seguire i passi irrequieti di Gunnar Widforss, artista scandinavo che ha vissuto e creato lungo una cinquantina d’anni, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Pressoché sconosciuto in Europa, era amato e seguito in Nord America, dove si spostò senza tregua, mappando territorio e irrequietezze chiaroscurali di enorme fascino e attualità.

3. Voi due senza di me di Emiliano  Gucci (Feltrinelli) lo aspettavo perché sono una grande fan di Emiliano Gucci. Ho letto tutti i suoi libri, iniziando da Un’inquilina particolare (sempre edito da Feltrinelli) e poi tornando indietro, alla ricerca dei primi, pubblicati da Fazi.

Gucci ha questo dono di essere scanzonato senza perdere mai di spessore. I suoi personaggi sono spesso schiacciati dalla vita, hanno perso talmente tanto potere decisionale sugli eventi che li riguardano da risultare veri e propri simboli di un neoralismo 2.0 che, quando è tanto ben scritto e armonizzato, riesce a strapparti risate e pianti con ritmo e naturalezza.

La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer

4. Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di Schiele appeso in camera di Roberto Venturini (Sem) l’ho scelto per due motivi: sono molto interessata all’attività della neonata casa editrice Sem Libri e mi pare che questo titolo in particolare – nato prima di tutto come serie web (la trovate qui) – possa stimolare nuove riflessioni sui rapporti della scrittura con i nuovi media.

Ambizione per una buona letteratura e velocità dei nuovi mezzi di comunicazione ed espressione sono sempre e per forza agli antipodi?

 

5. Controvento – Storie e viaggi che cambiano la vita di Francesco Pace (Einaudi) è il libro giusto per partire, anche stando fermi. Parla del viaggio come di un’occasione per cambiare, per cedere il passo al fatalismo più sconsiderato, trovandosi nuovi. Non miglior né peggiori, semplicemente nuovi.

Le storie che lo compongono vi parleranno di nomi conosciuti, spesso altisonanti (Marc Chagall, Frida Kahlo, Erik Satie e Keith Jarret, solo per citarne alcuni) ma non per questo meno necessitanti di noi di oltrepassare un confine, di ridefinire cammini e traiettorie, di continuare a dare un senso profondo e rinnovato alla loro permanenza nelle cose del mondo.

6. Tre piani di Eshkol Nevo (Neri Pozza).
Sono fan di Eshkol (ecco le prove): credo che il suo raccontare gruppi eterogenei di personaggi, dando loro credibilità, spazio e forza sia a dir poco incredibile! Inoltre, il suo La simmetria dei desideri è stato protagonista di uno dei più bei BookeaterClub che ricordi. 

Lo leggerò subito dopo il mio Neil Gaiman di American Gods (la lettura procede lenta perché sono impegnata in alcuni progetti che spero di chiudere prima delle vacanze) principalmente per questi due motivi e poi perché la mia amica Marilena ne ha detto meraviglie. Per quanto mi riguarda sono tre motivi infallibili.

La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writerLa valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writerLa valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer

7. La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi (Sellerio) è qui per gli amanti dei misteri, dei gialli. Per chi predilige i ritmi concitati ma non sa rinunciare a una scrittura mai dimentica della pausa, del dettaglio, della forza di ciò che non si vede ma è forte e può cambiare le sorti di più di un destino.

L’ho scelto perché è ambientato in Versilia, terra che conosco piuttosto bene, e perché amo la letteratura di genere che non resta ingabbiata nei suoi stessi stilemi. Per quanto mi riguarda, poi, ogni vacanza che si rispetti dovrebbe contemplare un giallo.

8. La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O). Ho amato il Bartolomei di We are Family – comprato, a proposito di Versilia, qualche estate fa a Pietrasanta – e capirete che non potevo proprio farmi scappare questo nuovo libro!

Bartolomei ha raccontato meravigliosamente una famiglia italiana attraverso gli occhi di un bambino, Al Santamaria: ci ha regalato il suo stupore, la sua visione scanzonata della vita, il suo tenace attaccamento all’entusiasmo e alla fantasia.
Insomma, attendo con curiosità di tuffarmi nel suo nuovo romanzo.

9. Figlie di Brooklyn di Jacqueline Woodson (Edizioni Clichy). Scoperto al Salone del Libro di Torino, me lo sono ritrovata tra le mani per puro caso e ho pensato fosse un segno.
Tradotto da Tiziana Lo Porto, ci conduce nella storia di cambiamento di una bambina che da SweetGrove, nel Tennessee, si sposta con il padre e il fratello a Brooklyn, per dare inizio a una nuova vita.

Il punto di vista è quello di una August, la protagonista, che guarda a quel periodo (inizio anni ’70) dopo circa un ventennio, in occasione della scomparsa del padre.
La storia è corale e femminile, con personaggi che non sempre fanno quello che uno scrittore si aspetterebbe da loro…
La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer10. L’età dell’inconscio – Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric R. Kandel (Raffaello Cortina editore) è una lunga trattazione sul rapporto prolifico esistente tra arte e inconscio.

Stavo cercando un libro simile perché in questo periodo sono molto affascinata dall’influenza libera e improvvisa che il mondo sommerso dell’inconscio è in grado operare sulla nostra creatività, sul desiderio di espressione disancorato dai parametri della ragione e da quelli che in certo senso impone il nostro vivere sociale. La lettura è piuttosto impegnativa e io ho basi di conoscenza della materia molto deboli ma, in genere, se sono mossa da una “curiosità alla Camilla” (si legga “curiosità tracimante”) queste cose non mi fanno poi così tanta paura.

 

11. I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews (Marcos Y Marcos): dopo l’ultimo BookeaterClub, dedicato al suo Un complicato atto d’amore, mi sono talmente innamorata di questa scrittrice canadese che ho deciso di leggere tutto di lei.

Risulto incredibilmente concisa perché sono certa che Miriam non mi deluderà, non per mancanza di argomenti.

 

12. Il Nido di Kenneth Oppel con le illustrazioni di Jon Klassen (Rizzoli). Questo libro è qui e chiude la nostra lista di libri per le vacanze 2017 proprio per assecondare il mio attuale bisogno di conoscenza della parte meno manifesta del nostro io (stesso discorso del libro n. 10, insomma).

Non voglio dirvi molto in merito. Il protagonista è un ragazzino di 12 anni e si chiama Steve. Il fratellino è nato con una malattia congenita che non smette di gettare i genitori nella più cupa delle preoccupazioni. Steve viene punto da una vespa e da quel momento inizierà una vita sospesa, parallela e onirica capace di condurlo alla ricerca di una soluzione per salvare il fratello.

La valigia del Libri delle Vacanze 2017 | Zelda was a writer

Finisco così e corro in radio a parlare di questa selezione (sarò su RadioLombardia – oggi, martedì 11 luglio, intorno alle 11). In caso di terribili refusi, abbiate l’amorevole pazienza a cui mi avete abituato: tornerò e rileggerò con maggiore cura per stanarli senza pietà alcuna!

Ora che tutto è stato condiviso, una domanda sorge spontanea: quanto peserà quest’anno la mia valigia?
La risposta è la seguente: sempre troppo ma va bene così.

Buona estate  di libri e storie!
Camilla
Zelda was a writer

7 luglio 2017

La Finestra e la gioia di guardare oltre il confine

Camilla - Zelda was a writer

La Finestra | Zelda was a writerDa qualche tempo oramai, un libro bellissimo campeggia sulla mia scrivania, in attesa – fiduciosa e mai invadente – di essere raccontato.

Si chiama La Finestra (Verbavolant Edizioni). Scritto da Lorenzo Naia, meglio conosciuto come La Tata Maschio, ha il pregio di accompagnarsi alle magiche illustrazioni di Roberta Rossetti.

Il motivo per cui ve ne parlo solo ora è che non accettavo il fatto di scattare una foto e di condividerla solo su instagram. Appena l’ho avuto tra le mani, infatti, mi è stato chiaro che questo albo poetico e pieno di leggerezza meritasse di più: maggiore spazio, maggiore coinvolgimento.

Sognavo un post in cui dilungarmi, in cui mostrarvi tante foto, in cui sovrascrivere qua e là qualche impressione e darvi l’idea che la sua scoperta fosse un fatto condiviso, una sorpresa a cui dedicarsi insieme. E così oggi, nonostante il caldo che mi ottunde le sinapsi, sono finalmente qui, a tenere fede alla mia intenzione ma, soprattutto, a festeggiare questa pubblicazione!

La Finestra | Zelda was a writerLa Finestra | Zelda was a writerLa Finestra è la storia di un rettangolo sul mondo, un potentissimo occhio sul flusso di vita che gli passa di fronte, un invito intelligente e fantasioso a estendere la propria capacità visiva facendo ricorso all’infallibile potere della fantasia.

La Finestra | Zelda was a writerLa Finestra | Zelda was a writer

Il protagonista di questo albo delicato e al contempo coraggioso è un bambino che osserva il brulicare della vita attraverso una finestra affacciata sulla sua città. La sua osservazione è tanto analitica quanto sconsideratamente fantasiosa: come ogni bambino del mondo sa fare senza paura, il nostro protagonista senza nome (a dimostrazione del fatto che lui potremmo essere tranquillamente noi) è in grado di avventurarsi oltre la coltre dell’evidenza per contemplare un mondo pieno di incongruenze fascinose, coinvolgenti, labirintiche

Il gioco del guardare senza posa diventa perfetto quando alla contemplazione di macchine, edicolanti, clochard, fiorai e innamorati al parco si aggiunge un altro bambino come lui.
I due amici lontani, ognuno dalla sua finestra, imparano presto quanto sia spassoso e utile guardare il mondo insieme.

Quattro occhi sulla vita, un desiderio impellente di conoscenza e condivisione… Non è forse questa la sintesi perfetta dell’amicizia?

La Finestra | Zelda was a writerLa Finestra | Zelda was a writer
Questo libro è un soave appello al guardare, al sondare la complessità del mondo con occhi innamorati e curiosi, senza paura di allenare il proprio punto di vista, di allontanarlo da quello dei più, di renderlo discordante da ciò che è ovvio e sancito.

Questo libro parla a tutti, a bambini e adulti, e ci assicura che qualunque spicchio di cielo, anche il più angusto, potrà sempre regalarci la gioia della ricerca, del confronto, della vita. Potrà regalarci la libertà della visione.

La Finestra | Zelda was a writerLa Finestra | Zelda was a writerNon mi stancherò mai di dirlo: i grandi appassionati del guardare sono persone abituate all’ascolto. Chiunque sappia estendere il suo sguardo oltre l’evidenza, oltre il dato, oltre il possibile, contemplando mondi capovolti, energie misteriose e incantesimi pronti a cambiare tutto in un lampo, riconoscerà sempre le sfumature, i dettagli, i sentimenti che cambiano con un battito di ciglia, i pensieri inespressi che gravitano nel cielo e aspettano solo cuori ardimentosi pronti a farsene carico.

Chi guarda non sarà mai solo. 

La Finestra | Zelda was a writerLa Finestra | Zelda was a writer

Voglio finire questo post esaltando – da buona #cartolaiah – la scelta della carta de La Finestra: una carta riciclata che ricorda tantissimo quella dei pacchi.

Un supporto materico che fa venir voglia di agguantare la matita – meglio se con una mina burrosa – e aggiungere qualcosa di nostro all’opera di Roberta Rossetti e che è capace di svelarci la vera essenza di questo libro, il suo essere prima di tutto un regalo per occhi e cuore.

Fatevi questo regalo, dunque.
Per i bambini che vi riempiono la vita e per quelli che non avete smesso di essere.

La Finestra | Zelda was a writer

Buona serata a tutti e buon fine settimana!
Torno presto con la Valigia dei Libri delle Vacanze! Sono in ritardo ma non ho (mai) perso la speranza!

Camilla
Zelda was a writer