1 giugno 2017

Ti racconterò la complessità perché ti meriti il meglio

Camilla - Zelda was a writer

Daily thoughts

Complessità e web | Zelda was a writerLeggo sempre più spesso e con crescente preoccupazione status riottosi e postulanti sui vari social, status che ipotizzano scenari e propongono soluzioni per fatti francamenti inspiegabili o per materie che implicano conoscenze acquisite solo dopo molti anni di studio, con grande  abnegazione e fatica.

Molti di voi mi potranno dire che uno status su un profilo personale non può danneggiare nessuno perché, come una qualunque conversazione da bar, riguarda poche persone, attestandosi sulla soggettività tipica di un’opinione. Altri sosterranno che la velocità con cui le timeline passano dalla gif di una nonna che balla in mezzo alla strada a un fatto di politica interna o estera sia la chiara dimostrazione di quanto alla fine certi pensieri passino e, passando celermente, in fondo non facciano male a nessuno.

Fermo restando che le chiacchiere da bar e la logica del piccolo paese nei secoli hanno prodotto guai dalle proporzioni colossali, la cosa che mi sconvolge di più, in genere, è sentir dire: “non saranno le mie parole a cambiare le cose”.

Purtroppo non è così, le parole cambiano le cose. O meglio, cambiano il modo di guardarle e, in un momento tanto virtuale e oscuro, sospeso e straziato come il nostro, questo fatto vuol dire moltissimo.

Uno status (postulante e riottoso, mica tutti!) gira e, mentre lo fa, fomenta idee sbagliate, odio di varie forme, ciechi sentimenti di rivalsa e tanta, tantissima violenza. Tanti status (sempre del tipo ipotizzato in apertura di post) generano confusione e spesso allarmismo, lavorano sull’impatto emotivo che sono in grado di produrre e si dimenticano delle sue conseguenze.

Il modo di percepire il web e le sue opinioni per tanta parte di noi è lo stesso con cui molti americani, ascoltando la radio quel famoso 30 ottobre del 1938 (e, nella fattispecie, ascoltando il mio adorato Orson Welles), pensarono davvero fossero arrivati i marziani. Il tempo è passato, certo, e noi siamo senza dubbio più smaliziati e pronti ma il sentimento del web come una grande mente che pensa e produce, come un esercito in grado di scatenare l’impensabile e di irreggimentare il nostro vissuto è rimasto pressoché intatto. Ed è pericoloso. Molto più di quanto si sia disposti ad accettare.

Non mi riferisco solo al caso di Tiziana Cantone (ne ho parlato qui), alla recente tragedia di un giovane condannato dal web per un’accusa di pedofilia del tutto infondata, alle varie forme sul tema “bullismo” o “body shaming“.

C’è un mondo di parole scritte e lasciate correre nell’etere che meriterebbe la nostra attenzione.

Recentemente mi è stato detto che ho un dovere verso chi mi legge perché, in fondo, rappresento un modello. È paradossale ma, per quanto mi riguarda, questa affermazione è tanto vera quanto fallace.

Rappresento un modello, è vero, ma lo rappresento come tutti voi.
Sono le nostre azioni a far sì che tutte le parole che spendiamo in maniera variabile durante il giorno abbiano più o meno sostanza.

Non rappresento un modello per i numeri dei miei canali o per una supposta e non acclarata forma di autorevolezza ma per tutte le volte in cui, per esempio, decido di sospendere il giudizio e di fare silenzio, per tutte le volte in cui mi chiedo se una mia azione possa danneggiare in qualche modo qualcuno, per tutti i momenti in cui accetto di ascoltare invece di dire la mia. 

In questo senso, siamo tutti dei modelli: la nostra risposta alla vita scatena reazioni, domande e altre risposte.

Chi ama i libri sa che il reale non sarà mai un fatto unico, facile, catalogabile. La realtà è una matassa intricatissima di opzioni e spesso il nostro desiderio di sistemazione racconta di quanto sia difficile averla tra le mani per iniziare a intrecciarla, per darle un senso, una forma.

Spesso chiediamo all’arte di raccontarci la vita, i suoi misteri, la sua spiazzante incoerenza e spesso l’arte risponde con altrettanta confusione, con nuovi livelli di significato, con nuove domande aperte. Lo fa per tanti motivi, forse perché il migliore modo per rappresentare qualcosa di confuso e poliforme è abbandonarsi a esso.
Io ho sempre pensato, però, che in questa modalità esista anche una forma di grandissimo rispetto per chi fruisce: Non ti racconterò mai cose facilitate, non metterò i sottotitoli, non ti condurrò nel tunnel per mano – sembrano dirci certi scrittori, registi, artisti figurativi – perché in tal caso ammetterei la tua incapacità intellettuale ed emotiva ad afferrare il complesso.

Ti racconterò la complessità perché ti meriti il meglio.

Chi ama i libri sa che le parole vanno usate con grande attenzione. Che un commento ferisce e condanna, che sentenziare equivale a uccidere.

Chi ama i libri ha conosciuto le vittime, i capri espiatori, le motivazioni più traballanti per fatti oscuri e innominabili. La vendetta del conte di Montecristo, la spietatezza di Emma Bovary, il delirio di onnipotenza di Julien Sorel. Prendete uno a caso dei personaggi – parecchio stronzi*, ammettiamolo – di Balzac, non perdete l’occasione di farvi un viaggio nella vita del Bell’Antonio o del Bel Ami di Maupassant. Il padre di Arturo Gerace era solo un cattivo padre? Giovanni Drogo era un pavido? Gervaise Macquart come potremmo catalogarla: inetta, ignorante o semplicemente spacciata? E Thérèse Raquin, era una maliarda e poco altro?

Ecco alcuni esempi – pochissimi – di quanto non sempre una reazione coincida con un’analisi ineccepibile, facile, matematica. Moltissimi personaggi della letteratura ci dicono che la loro vita non è mai stata il risultato di dati esigui e certi ma la somma di mille concause, il risultato di contingenze, incastri e un certo grado di volontà.

Con queste parole non vi invito a sospendere il giudizio ma a regalargli moltissima della vostra fiducia e del vostro rispetto, alimentandolo con mille domande aperte e non confinandolo mai in una regola certa.
Modulatelo nel modo più consono, pensate lungamente quanto possa influenzare gli eventi o quanto sia solo aria fritta che non produce altro che scoramento e confusione.

Fatelo nella piena consapevolezza che sia un tesoro troppo prezioso per essere disperso in un mare pressapochista e troppo spesso – volutamente – procelloso.

Buona giornata a tutti!
Camilla
Zelda was a writer

* qui ci voleva la parolaccia

2 pensieri su “Ti racconterò la complessità perché ti meriti il meglio

  1. Simona

    Mi chiedo perché per un mese non ho trovato tempo di leggerti! Sei preziosa Camilla, preziosa è la tua delicatezza nel suscitare riflessioni sempre costruttive sull’importanza della parola e sulla sua straordinaria capacità di influenzare le coscienze, persino la storia. Ogni singolo pensiero espresso dovrebbe accompagnarsi ad una responsabilità costante e consapevole!

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