11 Maggio 2010

Lady LaGa(n)ga

Camilla - Zelda was a writer

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Prima di Lady Gaga c’è stata (Lady) Gaetana La Ganga, che  non ha mai avuto nulla in comune con la Germanotta, ad eccezione di questa invalidante cacofonia nel nome. La prima ci ha giocato, la seconda ne è stata forgiata.
Ci pensavo proprio stamattina, intorno alle 5.33 (strano caso di insonnia posticipata): la sillaba GA ripetuta nel nome deve conferire un indubitabile moto d’animo.

Gaetana era una bellissima palermitana a cui ne capitarono di tutti i colori, tra le varie cose fu anche mia nonna, ma al tempo di questa parentela tutto quello che contribuì a renderla una testa di marmo con il naso all’insù era già accaduto. Avrei voluto chiederle molto di più della sua vita, ma una stranissima forma di pudore la allontanava da quello che doveva essere stato un passato di sofferenze indescrivibili.
Il primo grande strappo di Tanina La Ganga (così la chiamavano, forse per omettere un GA di troppo) fu la perdita della madre, in giovanissima età. Il padre, uno degli uomini più eccentrici di Sicilia, tutto donne e tabarin, guardò la situazione dai suoi occhiali orlati d’oro zecchino e decise che le avrebbe trovato una nuova mamma. Certe operazioni di cuore, specie se fatte a tavolino, non portano a mantecare le fratture dell’animo. Certe operazioni di cuore talvolta incidono fiordi violenti nella pelle e a te non resta che scappare, pur riconoscendo la buona fede di chi vuole aiutarti. Fu così che Tanina scappò da una matrigna cattiva e castrante… era pronta a giurare che nelle favole dei fratelli Grimm non se ne fosse mai vista una tanto livorosa.
Partì per il Nord, in quel di Milano, e sposò Michele, un pescivendolo pugliese piuttosto gnocco, emigrato pure lui in una viuzza non lontana da via Padova. Tra intrichi di vie che avevano i nomi della Sardegna, una siciliana capatosta e un pugliese silenzioso rimisero insieme i cocci di due esistenze difficili, con un pragmatismo figlio della guerra e del poco.

L’anima ribelle di Lady Gaetana non fu mai sedata dal lieto fine del suo tormento. E chissà poi se fu un reale lieto fine… negli ultimi anni della nostra frequentazione vedevo in lei un che di inespresso e di volutamente messo a tacere. Tanina era donna di polso, anzi di pugno: se solo la vita gliel’avesse concesso, avrebbe potuto guidare eserciti barbari o diventare una spia russa.
Se nasci da un ventre destinato a perire, la terra ti diventa madre in un modo atavico, salmastro, misterico. Se nasci in un’isola solcata da popoli di ogni colore e arma, il vento sarà tuo padre e taglierà ogni tuo gesto con la lama affilata dell’azione e della tempesta.

Nessuno seppe mai chi ebbe l’ardire di imbrattare di inchiostro indelebile la tenda della signora che abitava esattamente sotto Tanina. Che fosse stata Lei, la Lady? Era matematicamente certo. Un giorno litigarono per una facezia e tutti, pure la mia famiglia, diedero piena ragione alla signora di sotto. Le narici di Tanina smisero di farsi cavernose non appena il fattaccio fu compiuto e quella sua serafica negazione di fatti ovvi la rese ai miei occhi una creatura diabolicamente infantile. Come poteva negare l’ovvio in un modo tanto ingenuo? Pensai che per recitare così bene dovesse covare dentro di sé un lunghissimo canovaccio di vite vissute, bistrattate e anelate, una commedia dell’arte della sofferenza e del fatalismo.

Lady LaGanGa fu protagonista di mille altri scontri e piccolezze, ma fu sempre dotata di una strana malinconia isolana che rendeva impossibile a chiunque il benché minimo battagliare: eri totalmente inerme di fronte a quel fascino mostruoso, lo accettavi pur odiandolo. Ripensandoci, credo che tutto le fosse concesso perché era una bellissima bambina, che affrontava la vita con mal celata rassegnazione. Nessun cuore avrebbe avuto l’ardire di rovinare quel tentativo rovinoso di stare al mondo, quell’equilibrio claudicante e autogestito che rovinava le buone parole solo per il disperato tentativo di sopravvivere a se stesso.

Alle 6.37, sempre questa mattina, mi sono chiesta se nella remota dimensione d’impalpabile in cui aleggia adesso, Tanina sia finalmente in pace. Mi sono girata sul fianco e ho sperato che laggiù non si venda nessun tipo d’inchiostro indelebile.

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