6 febbraio 2014

La pace perpetua

Camilla - Zelda was a writer

Theatre

Ci sarà un giorno armonia tra i popoli, si chiede Kant?
Lui è ottimista. Secondo lui, per puro egoismo, per non divorarsi fra di loro gli umani giungeranno ad accordi sempre più vasti.
Alla fine regnerà una ospitalità universale:
non ci saranno frontiere, nessun essere umano si sentirà straniero in nessun luogo della terra.
Juan Mayonga, La pace perpetua (2007)

La pace perpetua | Zelda was a writerDevo chiudere gli occhi, restare in silenzio per qualche minuto e sistemare le idee.
La Pace Perpetua, spettacolo teatrale visto ieri sera all’Elfo Puccini, ha generato nella mia persona un tale groviglio di emozioni che dovrei farlo decantare ancora per qualche giorno, giusto per afferrarne un senso pieno e tradurlo qui con parole corrette, calzanti.
Ma il tempo non è dalla mia: lo spettacolo resterà in scena fino al 16 febbraio e il bisogno di dirvi: Voi, gente di Milano, andate, fatevi sbranare da questa meravigliosa e densissima ora e mezza! è più forte di qualsiasi impulso alla completezza d’analisi.

Da amante sconsiderata della parola, devo premettere che Juan Mayorga mi ha letteralmente fatto innamorare della sua penna. Il testo drammaturgico è un meccanismo perfetto: una serie di informazioni al limite del kafkiano – impazzite come particelle, in grado di sigillarci alla nostra poltrona – sembrano trovare gradatamente il loro posto nel flusso della storia e, se tutto resta sospeso nell’irrealtà di quattro cani antropomorfi e di un Uomo bestiale che chiede loro di non abbandonarlo (di non abbandonarci), niente pare dettato dal caso o dal bisogno di effetto.La pace perpetua - Teatro Elfo PucciniLo spettacolo procede lungo una linea invisibile e montante di terrore, violenza e claustrofobia, ritmato come l’eco di certi tamburi minacciosi che non vedi all’orizzonte ma che senti sopraggiungere.
Questo sentimento di perenne minaccia non impedisce agli attori – immensi – di raccontare i loro personaggi. Quattro cani: Odín (Giampiero Judica), un rottweiler meticcio dedito all’assalto e al raggiro; Immanuel (Danilo Nigrelli), un pastore tedesco dotato di grande acume e cuore; John-John (Davide Lorino), un incrocio di razze differenti, che vive gli entusiasmi ingenui di chi si appresta a iniziare la vita adulta; e infine Casius (Pippo Cangiano), un labrador che quella stessa vita la sta piano piano salutando. Quattro diversi stadi di un’esistenza da marchiare perennemente (pena l’assalto altrui), quattro approcci per vincere l’ambito e unico collare bianco, quello che li renderà paladini di una supposta lotta contro il Male.
Personalità meravigliosamente descritte nella loro evoluzione, ingabbiate ma in perenne movimento, primordiali e fastidiose, legate a tutti bisogni istintuali che l’Uomo ripudia, incasellandoli nella categoria del bestiale.

La pace perpetua - Teatro Elfo PucciniGli eventi descritti da La Pace Perpetua parlano tragicamente al nostro oggi, con una lucidità non comune. Ne percepisci l’odore acre di un luogo chiuso da troppo tempo, ti senti intrappolata nel labirinto del Minotauro di Dürrenmatt (quello in cui gli Uomini non sono propriamente degli stinchi di Santo), il tuo corpo vive la pena del taglio, di una vivisezione drammatica, capace di allontanare ogni tua ambizione al pensiero dai desideri famelici, ciechi, furiosi del corpo.

Gli eventi parlano di un’Umanità che, dopo mille discorsi sulla sua evidente distanza dall’Animale, ne filtra i meccanismi più beceri, trovandosi sola, rabbiosa e priva di una qualunque identità che la riporti a se stessa. Un’Umanità che si guarda le spalle con sospetto, che attacca prima di essere attaccata, che annusa odori negli angoli e gira su se stessa, cercando di lacerare la sua stessa coda.
Il pericolo del Terrorismo, la paura di un Altro di cui difficilmente si riescono a prevedere le mosse, spinge l’Uomo all’aggressione, facendogli smarrire sul campo di battaglia tutta la ricchezza speculativa su cui ha fondato la sua supposta grandezza.
Ne La Pace Perpetua, l’Uomo (un Enzo Curcurù che ci regala un finale forte e significante) s’impegna a testare la Bestialità attraverso metodi nazisti per poi, paradossalmente, chiedere aiuto al suo esperimento, cercando in lui quel poco di umano che sembra avere definitivamente smarrito.

La pace perpetua - Teatro Elfo PucciniLa Pace Perpetua è un bellissimo pugno in pancia.
Ve lo consiglio. Perché, se parla di violenza, d’insensatezza e di un abisso a spirale che ci fagocita inesorabilmente, è anche di una bellezza estetica e recitativa non comune. Merito di tutti, merito della regia di Jacopo Gassmann a cui ieri sera, contrariamente alle mie reticenze da timida seriale, ho stretto la mano.

Vedi un cubo in plexiglass davanti a te, sei un voyeur della tua stessa tragedia, ridi (molto) delle ingenuità e di certi paradossi, ma sul punto più tragico un buio fitto e inesorabile cala sui tuoi occhi. Nessun indugiare sulla violenza ma la ben più forte assenza d’immagine, un calare delle tenebre che ti fa sentire solo e immobile.La pace perpetua - Teatro Elfo Puccini Credo che la regia di Gassmann evochi verità che dobbiamo cercarci da soli. Ci regala spunti, quinte che proiettano ombre paurose, luci che vivisezionano occhi, suoni che stimolano interrogativi, ma poi, quando il silenzio piomba inesorabile sulla tua povera persona, la strada indicata devi intraprenderla da sola.

Fai cadere il cestino portacicche all’uscita del teatro, generando un rumore polifonico e spargendo cenere ovunque, sbagli fermata della metropolitana e ti ritrovi senza motivo a Caiazzo.
Ma poi pensi e ti chiedi. Continuamente. Anche se esternamente pare tu non lo faccia.
E ora ditemi: quale miracolo più grande si potrebbe augurare al nostro presente?

Buona giornata a tutti,
Camilla
Zelda was a writer

(ph. credits: le foto, con l’eccezione della primae, sono prese dal web. Per qualsiasi esigenza di copyright, non esitate a contattarmi)

 

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