20 giugno 2017

Le Città Invisibili: Valdrada e il diritto all’oblio

Camilla - Zelda was a writer

Daily thoughts

le città invisibiliRecentemente, grazie ad Activia, ho ripreso in mano Le Città invisibili. Quello che ne è nato è stato tanto bello e soddisfacente che oggi ho deciso di parlarvene! 

In pratica, in occasione del lancio di Activia da Bere (lo yogurt da bere che esce dal frigo e ti segue per ben quattro ore), abbiamo attraversato la città comodamente seduti su un tram cittadino e, per ben due sessioni, abbiamo parlato di questo libro senza tempo.

Le Città Invisibili continua a rispondere alle mille domande sospese di ognuna delle generazioni che, dal 1972 a oggi, si è tuffata tra le sue pagine e ha deciso di concedergli la più completa fiducia, viaggiando con lui attraverso 55 città immaginarie e piene di fascino.

Si tratta di un libro paziente e generoso, non semplice nella sua forma ma sempre disposto a cambiare prospettiva, a parlare nuovi linguaggi, a raggiungere il suo lettore a metà strada.
Immagino sia questo il motivo per cui oggi viene ancora tanto studiato, immagino che si torni a lui per la sua sorprendente attualità e che lo si ostenti con tanto orgoglio perché appare come un libro nobilitante, un oggetto prezioso che aggiunge valore ai nostri giorni. 

Le Città invisibili: Valdrada e il diritto all'oblio

da “Seeing Calvino”: Valdrada di Joe Kuth – 13th, 2014

Proprio mentre lo ripassavo per il nostro doppio incontro sul tram di Activia, mi sono imbattuta nella città di Valdrada (la trovate alla fine del terzo capitolo) e ho pensato parlasse di noi, con una tale precisione da lasciarmi senza fiato.

Valdrada è una città che si affaccia su un lago. Il viaggiatore che vi arriva vede due città: una che si erge sopra il lago e l’altra, speculare, che vi è riflessa. Non esiste oggetto o luogo che non sia riflesso nel lago: Valdrada è stata costruita perché anche l’interno delle case, i soffitti, i pavimenti e  persino gli specchi degli armadi siano visibili.

Gli abitanti di questa città doppia “sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare (…) e questa coscienza vieta loro di abbandonarsi per un solo istante al caso o all’oblio“.

Valdrada è molto simile alla nostra vita riflessa nei social network.

Qualcuno di famoso, tempo fa, ci aveva promesso 5 minuti di fama ma nessuno si è mai preso la briga di spiegarci che già dal minuto 2 saremmo stati proprietari di due esistenze: quella vissuta e quella raccontata. Due vite in cui niente, come suggerisce con acume Calvino, può essere lasciato al caso o all’oblio.
le città invisibili

Ecco introdotto, in un libro degli anni ’70, il diritto all’oblio: tutelare il passato di una persona in modo che questo non comprometta in modo fallace e distruttivo il suo presente.

Il diritto all’oblio è un fatto fondamentale, sempre più messo in difficoltà dalla situazione attuale: socialità virtuale, diffusione di smartphone e, in generale, una certa impreparazione al rispetto degli spazi altrui (anche da parte di chi dovrebbe avere una ferrea deontologia a cui attenersi) rendono labili i confini della buona creanza.

Dove termina il lecito, il diritto di cronaca, il bisogno di svelare verità importanti per la collettività e dove, invece, si invadono lo spazio e la vita altrui? Siamo tutti chiamati a svelare importanti verità? È uno smartphone che ci autorizza a farlo?

Non saprei rispondervi. Certe “malefatte” non sarebbero mai saltate agli occhi di tutti se un individuo tra tanti – forse non il più preparato e nemmeno il più consapevole – non si fosse trovato nel luogo e nel momento giusto, con la prontezza di filmare e condividere quello che i suoi occhi stavano vedendo.
le città invisibili

Ma se a tutti è concessa la possibilità di essere testimoni, non è forse vero che a tutti dovrebbe essere promessa la certezza dell’oblio?

La signora canadese che qualche giorno fa inveiva dalla sua sedia a rotelle contro un malcapitato commerciante cinese, ripresa da un adolescente che ha condiviso sulla rete la sua totale mancanza di umanità, era una razzista della peggiore specie o una donna che aveva sbagliato clamorosamente?
Quanto peserà nella sua vita il suo attimo di follia ripreso e condiviso con il mondo?

Siamo tutti bravi a ridere o a scagliarci contro filmati che testimoniano i capitomboli del nostro essere imperfetti e fallaci. Ma siamo in grado di capire la portata dei danni che la viralizzazione di certi video o di certe foto può avere sul vissuto di qualcuno?

E se quelli coinvolti fossero i nostri padri, le madri, i figli? [Ogni volta, e senza paura di annoiare, rimando al mio articolo su Tiziana Cantone che anche in questo caso mi sembra molto pertinente].

Se fossimo noi i protagonisti inconsapevoli, le vittime di un obiettivo nascosto, i colpevoli messi alla gogna?
Cambierebbe qualcosa?

La signora canadese, forse, nella vita di tutti i giorni continua a comportarsi come avviene nel video o forse la sua condotta è stato il risultato sbagliatissimo di una giornata nata storta.
Questa seconda opzione non allevia di certo la gravità delle sue azioni ma ci mette di fronte a una necessità importante: il diritto a un tempo tutto nostro di rielaborazione e silenzio.
Ognuno di noi, anche l’ultimo dei reietti, merita un tempo sospeso, in cui lavorare o meno sulla propria “redenzione”. Un tempo per decidere chi diventare, un tempo per essere l’alleato del proprio errore o il suo più grande detrattore.

In un saggio bellissimo, complesso e ancora attuale, André Bazin ci raccontava del protagonista di un film che, caduto sotto la furia di un toro indemoniato, si trovava a morire ogni sera: il video mummifica il reale, lo rende pronto a essere riproposto all’infinito, amplificandone l’ondata emotiva che porta con sé.

La serializzazione di certi contenuti ha la medesima portata: da una parte ingrandisce l’atto testimoniato, dall’altro ci porta a pensare che non esistano attenuanti, che quella testimonianza valga per sé, senza un prima e senza un dopo.

Può essere che all’inizio di questa nuova vita riflessa nel lago di Valdrada fossimo tutti più ingenui e impreparati. Io stessa sento di non potermi dire totalmente esente dalla critica che muovo in questo post. Ma il tempo è passato e tante sono le vittime cadute dalle maldicenze e la pochezza della piazza virtuale del web.

Ritorniamo a considerare l’oblio un diritto inalienabile.
Iniziamo a ricordarci che uno smartphone è una responsabilità grande. Lo sono le parole, lo sono certe foto che bruciano più di una condanna all’ergastolo.
Raccontiamolo ai nostri figli, cerchiamo di batterci perché venga impartita loro una cultura dell’empatia e del rispetto.

E poi diamo un nuovo valore agli errori: non si è disposti ad ammetterlo con leggerezza ma molta parte della nostra perenne rinascita passa da loro. 

 

grecale città invisibiliLe Città Invisibili di Italo Calvino
(Oscar Mondadori)

Per conoscere il progetto “Seeing Calvino” —> qui.
Il sito di Isabella Angelantoni Geiger è qui.
Il segnalibro con la barchetta è della me “Cartolaiah”.

Questo post è il risultato di una collaborazione con Activia di cui vado molto fiera. 
Grazie, come sempre, per il sostegno che dimostrate al mio lavoro.

Un pensiero su “Le Città Invisibili: Valdrada e il diritto all’oblio

  1. Maidalen

    Questo libro è come il vino d’annata: più invecchia, più diventa doc. Lo trovo di un’attualità disarmante. Condivido tutta la tua riflessione Zelda. Spesso tendiamo a dribblare l’errore invece è grazie all’esperienza nata da esso che riusciamo a trovare la forza e il coraggio per rimetterci in gioco.
    Molto sono le vittime della pochezza virtuale, ma per fortuna rimangono dei capisaldi come il tuo blog nel web.

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